PLEASANTVILLE – recensione di Claudia Marinelli

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Regia: Gary Ross
Sceneggiatura: Gary Ross
Musica: Randy Newman
Montaggio: William Goldenberg
Scenografia: Jeannine Oppenwal e Jay Hart
Costumi: Judianna Makovsky
Fotografia: John Lyndley
Interpreti: Tobey Maguire, Reese Witherspoon, Jeff Daniels, Joan Allen, William H. Macy, J.T. Walsh, Don Knotts, Marley Shelton, Jane Kaczmarek
Genere: Commedia – fantastico
Produzione: U.S.A. 1998
Durata: 124 minuti
Candidato agli oscar per: costumi, scenografia e colonna sonora
 

            Perché amiamo le sit-com?

Forse perché nelle “situation comedies” la realtà è semplificata, il carattere dei personaggi, le situazioni, anche l’ambientazione che quasi sempre si limita a un numero ristretto di luoghi, fanno sì che possiamo seguire il dipanarsi delle brevi storie senza “spremerci” più di tanto le meningi. E ci rilassiamo magari anche ridendo di buon cuore.

            Pleasantville è una serie televisiva in bianco e nero  ambientata negli anni ’50 dove tutto è “pleasant”, piacevole e idilliaco: non piove mai, la temperatura è stabile sui 25 gradi, le mamme preparano la cena, i padri tornano dal lavoro contenti, le coppie dormono in letti separati e non litigano, il sesso è tabù e i giocatori di pallacanestro non mancano un canestro.

I gemelli David, Tobey Maguire, e Jennifer, Reese Whitherspoon, sono figli di tipici genitori separati degli anni ’90, spesso distratti e assenti. David dimentica la sua non piacevole situazione famigliare quando segue le puntate di “Pleasantville”,  ricorda a memoria le battute dei personaggi, tanto che si appresta a seguire la “Maratona di Pleasantville” in cui tutte le puntate andranno in onda per l’intera notte dal venerdì al sabato. Jennifer però ha altri programmi per quello stesso venerdì sera, in cui la madre sarà ancora assente: ha invitato il ragazzo più popolare della scuola a vedere un gioco in tv, con l’intenzione poi finirci a letto. I due fratelli si litigano il telecomando e lo rompono. Ma ecco che suona alla porta uno strano personaggio che dà loro un nuovo telecomando. Come David spinge il tasto “on”  i due fratelli sono trasportati all’istante nella sit-com dove tutto è in bianco e nero inclusi loro stessi. Mentre David sembra eccitato di far parte del suo programma preferito e aver preso il posto di Bud, Jennifer è inorridita di vedersi pallida e bianca. Vorrebbe ritornare subito nel mondo reale, ma sembra proprio impossibile e così David la convince a far finta di essere la sorella di Bud, Mary Sue, e a interagire con i loro genitori George, William H. Macy, e Betty, Joan Allen, aspettando di trovare una via d’uscita dal serial.

Ma non portare cambiamenti nell’idilliaco mondo di Pleasantville è solo all’apparenza cosa facile, ed è proprio Bud (David) che, senza volere, introduce la prima piccola modifica. Egli infatti scoraggia Skip, il capitano della squadra di pallacanestro, a corteggiare Mary Sue (Jennifer), perché ha paura che quest’ultima cambi la trama della puntata. Skip scoraggiato manca per la prima volta un canestro lasciando tutti sbigottiti e senza parole. Bud in seguito arriva in ritardo al suo lavoro presso il fast food di Bill, provocando altri cambiamenti. Ma la vera prima “rivoluzione” sarà opera di Mary Sue (Jennifer) che inviterà Skip al Viale degli Innamorati e farà sesso con lui. Ed ecco apparire la prima rosa rossa in un cespuglio di rose grigie.

 I ragazzi di Pleasantville scoprono il sesso e a poco a poco diventano “a colori”. A questo punto anche Bud (David) provoca dei cambiamenti nel mondo apparentemente perfetto della sit-com, ma i gemelli rimangono ancora in bianco e nero, come la maggior parte dei personaggi.

I cambiamenti però non si possano più fermare e così le pagine dei libri, prima vuote, si riempiono di storie, le copertine si colorano, e la biblioteca è presa d’assalto dai ragazzi desiderosi di leggere. Bud regala a Bill, il proprietario del fast food un libro d’arte.  Bill scopre di essere un artista e comincia a dipingere. Betty, la mamma di Bud, diventata a colori dopo aver provato per la prima volta un orgasmo, rimane affascinata da ciò che Bill dipinge. Bill le fa un ritratto e i due passano la notte insieme. Nel frattempo Bud invita Margaret al Viale degli Innamorati dove altre coppie godono della bellezza del luogo a colori, e vengono tutti sorpresi dal primo temporale. Jennifer invece, quella stessa sera, per la prima volta in vita sua, rinuncia alla compagnia di un ragazzo per leggere “L’amante di Lady Chatterley” e si ritrova il mattino dopo a colori.

Ma i personaggi che sono ancora in bianco e nero rimangono scandalizzati dal grande ritratto di Betty nuda sulle finestre del locale di Bill, e il locale viene distrutto dall’ira degli spettatori, che poi si dirigeranno verso la biblioteca per bruciare tutti i libri.

Il sindaco indice una riunione alla quale tutte le persone  ancora non a colori partecipano, e a George, il papà di Bud, viene chiesto di redigere una “codice di condotta”, presto approvato dal sindaco. Il codice vieta un certo tipo di musica, l’uso di parole poco piacevoli come anche l’uso di colori diversi dal bianco, nero e grigio. David e Bill si ribellano dipingendo un coloratissimo murales, e vengono imprigionati.

David a Bill devono difendersi dalle accuse in tribunale, dove il pubblico è separato tra chi ancora è in bianco e nero e chi invece è a colori. David si difenderà da solo e riuscirà con le sue parole a fare diventare suo padre George a colori, così come in sindaco, facendo leva sulla rabbia di quest’ultimo. Tutta la cittadina infine diventa a colori e la gente esce felice dall’aula del tribunale.

Jennifer decide di rimanere nel mondo di Pleasantville e di andare all’università, mentre David decide di tornare nel mondo reale con l’aiuto del telecomando. Al suo ritorno David troverà la madre in lacrime per l’ennesima avventura sentimentale finita male ma, forte della sua recente esperienza riuscirà a consolarla. Il film termina sulle note del ritornello della canzone “Across the Universe” (Attraverso l’Universo) che recita “Nothing’s going to change my world” (niente cambierà il mio mondo) con l’inquadratura di Betty e George che si domandano cosa succederà in futuro. Con con un’abile transizione, il regista poi fa apparire Bill accanto a Betty.

Il film è una vera delizia per gli occhi.

 Gli incantevoli effetti visivi, di certo non casuali, sono di sostegno alla brillante e originale, se non eccentrica sceneggiatura. Per capire bene e apprezzare come i colori influenzino e “governino” la sceneggiatura, bisognerà guardare il film più volte. Se avviene un cambiamento nella routine delle situazioni della sit-com, degli oggetti della scenografia si colorano, mentre i personaggi diventano a colori solo quando mutano nel profondo.

Il film è uscito lo stesso anno de “The Trueman Show”, ma propone una diversa prospettiva. Mentre Trueman desidera uscire dal suo mondo dorato ed entrare nel mondo reale, David sogna di far parte della sua sit-com preferita perché il mondo reale è doloroso. E se David all’inizio desidera lo status quo, ben presto si renderà conto che un mondo dove non si soffre, è anche un mondo dove non si provano emozioni, e sarà proprio lui a convincere tutti alla fine del film ad accettare i cambiamenti come parte del nostro divenire, e a riconoscere le nostre emozioni come elemento importante dell’essere umani.

Anche questo film può avere più chiavi di “lettura”.

Il bianco e nero è usato per caratterizzare il mondo dei “ben pensanti”, dei conformisti, di coloro che si adeguano alle opinioni della maggioranza senza riflettere, e che hanno stampato in viso l’espressione dell’anonima soddisfazione per mascherare un vuoto interiore. Sono pericolosi perché ammazzano  ciò che maggiormente rende gli uomini degli esseri unici, proprio perché negano le differenze, il libero arbitrio, e la libertà di essere diversi. Anche se il film non ha aspirazioni politiche, si potrebbero trovare riferimenti al Maccartismo, o a qualsiasi altro regime politico che voglia limitare la libertà di pensiero, un tema probabilmente caro al regista-sceneggiatore Gary Ross, figlio dello sceneggiatore Arthur Ross inserito nella “lista nera” degli sceneggiatori di Hollywood durante gli anni ’50.

La scena finale nell’aula di tribunale, dove i personaggi colorati sono segregati al piano superiore, mentre quelli in bianco e nero siedono al piano terra, come il cartello davanti alla ferramenta  dove si legge “no  coloreds” che significa “i colorati non sono ammessi”, potrebbero essere dei riferimenti alle tematiche razziali. La traduzione dei dialoghi in italiano non è fedele al testo inglese traducendo “coloreds” con “quelli di colore” che nella nostra lingua ha un significato ben diverso dall’originale inglese. Sembra comunque che l’intento di Gary Ross fosse quello di focalizzarsi su razzismo “di idee”, e non quello fondato sul colore della pelle. I coloreds sono diversi perché pensano e agiscono secondo il loro libero arbitrio, provano emozioni e sentimenti profondi, e non hanno paura dei cambiamenti.

            Ma forse il regista –sceneggiatore con questa  incantevole commedia, solo all’apparenza leggera, ha voluto riflettere sul senso più profondo della vita dove il concetto di felicità cosciente non può essere separato dal dolore.

Si può essere felici se non si conosce il dolore? Se non si sa di esserlo?

Gli abitanti di Pleasantville in bianco e nero vivono una vita serena, apparentemente perfetta, sono sempre sorridenti, non litigano, non si pongono domande sul futuro perché sanno che il domani sarà soleggiato come il giorno che stanno vivendo, e che la vita continuerà senza cambiamenti. Nessuno sente il bisogno di cambiare. Ma dentro di loro questi personaggi hanno “the potential” come dice Jennifer – Mary Sue, l’energia potenziale per apprezzare la novità. E chi ha il coraggio di cambiare capirà in fretta che “il gioco val bene la candela” e che la novità delle emozioni è di gran lunga più eccitante della protettiva, piatta e grigia routine. Bill non potrà più smettere di dipingere a colori, Betty non potrà più vivere con il grigio marito George, e i ragazzi non potranno più smettere di fare sesso.

Pleasantville è un film che ci sbalordisce e ci fa riflettere, facendoci sorridere, sul vero senso del nostro passaggio su questa Terra, e di come sia importante, per vivere consapevoli, apprezzare tutto ciò che la vita ci offre: il sole e la pioggia, le gioie e i dolori, l’ amore e l’odio, i successi e i fallimenti, e tutte le sfumature dei colori che ci circondano e che abbiamo la fortuna di poter apprezzare attraverso i nostri occhi e i nostri cuori.

Il film è stato nominato agli oscar per la colonna sonora, i costumi e la scenografia. Quell’anno concorrevano agli oscar per queste stesse categorie “La vita è bella”, “Shakespeare in love” e “Elisabeth”, e dunque il film non ha portato “a casa” nessuna statuetta. Rimane comunque unico per l’uso dei colori a sostegno della sceneggiatura e per la capacità di raccontarci una moderna e intelligente favola di fine millennio.

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2 risposte a PLEASANTVILLE – recensione di Claudia Marinelli

  1. Babbocacco ha detto:

    Film veramente intelligente nella sua falsa leggerezza . L’autore centra e fa riflettere su argomenti di un’attualità inquietante , come la paura della diversità sotto ogni aspetto ,da quello fisico a quello delle idee , e la paura del cambiamento . Il messaggio comunque è positivo perchè alla fine ci dimostra che l’uomo quando riesce ad essere autocritico ed accetta comprendendole le diversità non fa altro che evolversi in meglio e a colorare il mondo .

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