PICCOLI CONSIGLI PRATICI PER GLI SCENEGGIATORI

Alcuni consigli semplici e pratici… prima di cominciare a scrivere

Scrivere una sceneggiatura è un lavoro impegnativo, non pensate che, visto che il film dura al massimo un paio d’ore (nella maggior parte dei casi) sia più facile scrivere una sceneggiatura di un romanzo.

Al contrario!

Una sceneggiatura non è un romanzo, proprio perché il film ha una durata limitata. La sceneggiatura deve dire “tutto” ma in modo focalizzato o meglio, conciso. Lo sceneggiatore deve essere autodisciplinato, darsi delle regole, perché, se non si autodisciplina non produce, e se non si dà delle regole nessuno lo obbligherà a farlo.

Ecco alcune regole praticissime:

  • Riservate del tempo ogni giorno alla scrittura. Si produce se si è abituati a produrre. Gli scrittori hanno bisogno di calma e di tempo.

Non vi preoccupate se un giorno siete stati davanti al vostro pc e avete scritto solo un paio di righe di azioni o di battute. Succede! E può succedere per più giorni di seguito. Però ritornate sempre al vostro pc, ogni giorno, senza scoraggiarvi, sedetevi di fronte allo schermo acceso e pensate a cosa dovete scrivere. Se “non viene niente”, rileggetevi, correggete eventuali errori di battitura, domandatevi se ciò che avete già scritto era proprio quello che volevate scrivere. Spesso non si riesce ad andare avanti perché nel profondo, non si è contenti del lavoro fatto.

Non vi scoraggiate mai.

E se proprio non riuscite a “produrre” un bel niente, allora leggete e studiate sceneggiature di film che avete amato. Prima o poi riuscirete a scrivere  e ad uscire dal vicolo cieco nel quale avete creduto di essere arrivati.

  • Cercate di leggere in modo approfondito le sceneggiature

dei film che avete visto e vi sono piaciuti. Qualsiasi scrittore, prima di diventare scrittore, è stato un avido lettore. In internet si trovano tantissime sceneggiature in inglese, purtroppo gli sceneggiatori italiani non pubblicano le loro in italiano, un vero peccato!

  • Usate un programma di scrittura professionale per scrivere

la vostra sceneggiatura. Consiglio Celtx, che è gratuito, oppure Final Draft (se sei uno studente o un professore e lo puoi dimostrare avrai un valido sconto per l’acquisto di questo programma). Quando andrete a proporre la vostra sceneggiatura a produttori, registi, ecc… non vi presentate con un copione dai margini insicuri, scritto in modo approssimativo con “Word” ad esempio. Chi legge le sceneggiature e lo fa per lavoro, se ne accorge subito.

Questi programmi professionali usano una Font “Courrier New”, che non è comprimibile, e una pagina di sceneggiatura scritta con questi programmi corrisponde grosso modo a un minuto di film. La lunghezza è importante. Un produttore deve sapere quanto sarà lungo il film.

I programmi professionali sono semplici da usare e vi faranno risparmiare molto tempo.

  • Cercate di leggere manuali di sceneggiatura, ce ne sono

tantissimi in commercio, io consiglio i seguenti libri:

  • “Story” di Robert McKee, una specie di “Bibbia” per gli sceneggiatori (tradotto)
  • “Save the Cat” di Blake Snyder per la costruzione di una solida struttura (tradotto).
  • “Writing for Emotional Impact” Karl Iglesias per i suoi innumerevoli consigli pratici.
  • “Making a Good Script Great” di Linda Seger e tutti i libri della stessa autrice (tradotti)

Questa lista non è esaustiva. Altri autori interessanti sono Syd Field e Christopher Vogler.

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IL ROSARIO

Questa galleria contiene 14 immagini.

SCROLL DOWN FOR ENGLISH “Il Rosario” racconta la storia di Clara che, arrivata a casa della Zia Maria, per aiutare a gestire le numerose visite di condoglianze dopo la morte dello Zio Gianni, si ritrova, suo malgrado, a dover partecipare alla … Continua a leggere

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IL ROSARIO un corto di CLAUDIA MARINELLI ancora da girare! – COMING SOON

https://www.indiegogo.com/projects/il-rosario-cortometraggio#/

https://amorecinema.files.wordpress.com/2016/12/logo-film.jpg?w=940&h=198&crop=1

Carissimi amici e visitatori che seguite da anni questo mio blog, ho un annuncio per voi: girerò un mio corto intitolato “Il Rosario”.

Volete saperne di più?  Continuate a leggere…

Dear friends and visitors that followed this blog of mine, I must share with you this announcement: I’m going to shoot my short movie titled “The Rosary”.

 

You want to find out more about it? Please keep reading, and scroll down for English…

 

“Il Rosario” non parla di preghiere, ma di Clara che, arrivata a casa della Zia Maria,  per aiutare a gestire le numerose visite di condoglianze dopo la morte dello Zio Gianni, si ritrova, suo malgrado, a dover partecipare alla frenetica ricerca di un rosario, da mettere nelle mani del morto, in compagnia di Wendy, anziana amica inglese della zia. E la ricerca diventa… un divertente viaggio, accanto a questa eccentrica signora dallo spiccato accento inglese, dall’appartamento della zia, all’appartamento di Wendy, nello stesso condominio.

Una commedia divertente e fuori dal comune che vuole suggerire come i “riti di morte” siano importanti, per coloro che hanno subito una grossa perdita, per superare il dolore, e di come l’oblio nelle persone anziane sia di fatto spesso un semplice meccanismo di difesa, perché la vita è sempre più forte!

Visitate la pagina di FB dedicata al corto, i vosti “mi piace”, i vostri commenti e condivisioni saranno tutti benvenuti. Grazie di cuore!

https://www.facebook.com/Il-Rosario-282783818790662/?ref=aymt_homepage_panel

“The Rosary” is not a story about prayers. It’s Clara’s story. She arrives at her Aunt Maria’s house, to help with the many condolences visits, for Uncle Gianni, Maria’s husband, died the day before. But Clara gets caught into the frantic research for a rosary to put in the hands of Uncle Gianni, by  Maria’s old English friend Wendy. The research soon… becomes  an amusing journey for Clara, from Aunt Maria’s apartment to Wendy’s apartment in the same building, next to the whismical and eccentric old lady.

It is an unusual and funny comedy suggesting that the “death rites” are in fact useful to the people who suffred a loss to overcome their pain, and how oblivion, in elderly people, might just fe a defence mechanism for, life is always stronger!

Please visit the FB page dedicated to the short. Your “I like”, your comments, and your “shares” will be very welcome. Thanks!

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TEMPI MODERNI recensione di CLAUDIA MARINELLI

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Il sonoro entra nell’industria cinematografica nel 1926, dopo dieci anni Charlie Chaplin produce e dirige “Tempi moderni” scegliendo con coraggio di non far parlare i suoi personaggi se non per poche battute, e appare per l’ultima volta nei panni del vagabondo.
Perché dopo più di sette decadi dalla sua uscita, questo film muto è capace di toccarci ancora per la sua attualità e commuoverci per la sua poesia?

Charlot è un povero operaio che lavora in una catena di montaggio e ha un’unica mansione: avvitare bulloni per tutto il giorno. Minuto e spaesato rispetto ai suoi colleghi, non riesce a seguire i ritmi serrati del suo lavoro e finisce col disturbare i colleghi. Quando il direttore della fabbrica decide di aumentare la velocità della catena di montaggio, il povero Charlot non regge lo stress: perde la ragione e comincia ad avvitare tutto ciò che somiglia a un bullone come i bottoni della gonna della bella segretaria, i nasi degli altri operai e le manopole di un idrante. Poi si perde negli ingranaggi delle macchine. Recuperato infine viene spedito in un centro di igiene mentale e curato per esaurimento nervoso.


Dimesso dall’ospedale, ancora disorientato e solo, viene erroneamente scambiato per il capo di un gruppo di manifestanti e ingiustamente incarcerato. In prigione Charlot si trova bene, ma ingerisce per sbaglio una droga e sventa il tentativo di rivolta di alcuni carcerati ottenendo così la libertà e una lettera di presentazione del direttore del carcere.
Fuori dal carcere la recessione ha ridotto in povertà gran parte delle famiglie. Il padre di una monella ha perso il lavoro. La ragazza ruba cibo dalle navi attraccate al porto per sfamare i bambini del quartiere e le sue sorelline, ma non riesce a salvare il padre che muore in uno scontro tra manifestanti e polizia. Intervengono i servizi sociali per portarla, insieme alle sue sorelline, in un orfanotrofio, ma lei scappa.
Charlot nel frattempo, grazie alla lettera di presentazione, ha trovato lavoro in un cantiere navale dove si sta costruendo una grande imbarcazione. Desideroso di dare il meglio di sé vara per sbaglio la nave prima che sia finita combinando un disastro, e non gli rimane che auto licenziarsi. Di nuovo senza lavoro vaga per la città dove s’imbatte nella monella inseguita dai poliziotti per aver rubato un filone di pane. Charlot, colpito dalla ragazza, cerca di addossarsi la colpa ma non ci riesce. Decide però di tornare in galera dove almeno potrà mangiare e, per farsi arrestare, ordina del cibo per sé e per dei bambini da un self service, ma non paga. Viene arrestato e fatto salire su di un furgone dove ritrova la monella. Il furgone si ribalta e i due decidono di scappare perché Charlot desidera ora la libertà insieme alla ragazza.
In vagabondo ottiene un lavoro come guardia notturna in un grande magazzino grazie alla sua lettera di presentazione. Appena il negozio chiude fa entrare anche la monella. I due prima si sfamano nel reparto pasticceria, poi si divertono nel reparto giocattoli ed infine si riposano sul sontuoso letto del reparto arredamento. Tre ladri entrano nel negozio, ma uno di loro è un ex collega di Charlot, adesso disoccupato. Contenti di essersi ritrovati gli amici festeggiano con i vini del reparto alimentare. Il giorno seguente il vagabondo viene trovato addormentato e ancora un po’ brillo nel reparto stoffe. Portato in tribunale è condannato a 10 giorni di carcere.
Quando esce di prigione la monella lo porta alla catapecchia che ha rimediato, insieme sognano di vivere in una casa tutta loro piena di comodità e di cibo fresco. La notizia della riapertura delle fabbriche spinge Charlot a cercare lavoro. È subito assunto, ma ben presto altri scioperi e agitazioni porteranno alla chiusura della fabbrica. Ma la monella ora ha trovato lavoro come ballerina in un ristorante e chiede al suo padrone di assumere anche Charlot che dovrà essere un cameriere e un cantante. Come cameriere Charlot è abbastanza imbranato, ma la sua esibizione come cantante, il famoso pezzo della “Titina”, manda in visibilio i clienti del locale e gli assicura il posto fisso. Tutto sembra risolversi al meglio, ma due assistenti sociali hanno riconosciuto la monella durante la sua esibizione e vogliono portarla in orfanotrofio perché è ancora minorenne e a Charlot e la ragazza non rimane che scappare.
Li ritroviamo al bordo di una strada. La monella è affranta e ha perso la voglia di lottare e di vivere, ma Charlot l’abbraccia, la fa rialzare, le sorride e le dice di sorridere, le dice che in qualche modo riusciranno a cavarsela. Insieme, mano nella mano, s’incamminano verso l’orizzonte illuminato.

Il film esce nelle sale nel bel mezzo della grande depressione dovuta al crollo della borsa nel 1929. Il New Deal non aveva ancora fatto sentire i suoi effetti positivi e la delusione per le promesse infrante che il progresso industriale avrebbe dovuto portare, era ancora grande. L’avvento dell’industrializzazione di massa e la razionalizzazione del lavoro avevano coinciso con la disoccupazione e l’impoverimento di massa. Si producevano grandi quantità di beni a prezzi convenienti, ma pochi potevano permettersi di comprarli.

Charlie Chaplin, che aveva avuto un’infanzia difficile, cominciando a lavorare all’età di dieci anni, non poteva rimanere indifferente alle pene delle gente comune che non trovava lavoro e non riusciva a sfamarsi e a sfamare la propria famiglia. Sentì il bisogno di fare un film a sfondo sociale e per questo motivo intraprese, all’inizio degli anni ’30, un lungo viaggio attraverso l’ Europa. Negli Stati Uniti aveva visto la depressione ridurre in povertà una popolazione benestante in pochissimo tempo, in Europa trovò ancora Paesi attanagliati dalla povertà, dalla disoccupazione di massa e dai nazionalismi. Da questo lungo viaggio durato diciotto mesi egli raccoglie le idee per produrre “Tempi Moderni” il primo suo film a sfondo sociale. Nel 1931, infatti, dichiarava in un’intervista: “La disoccupazione è la questione primaria, le macchine dovrebbero migliorare la vita degli uomini, non seminare il panico e privarlo del lavoro.”
Se le macchine non migliorano la vita degli uomini a che cosa servono? È giusto dar loro il potere di distruggere parte della nostra umanità? È giusto osannare un progresso che non ci rende felici?
Certo il tema era difficile da trattare in un film perché più vicino alla Filosofia che all’arte. Solo una mente geniale poteva illustrare in modo così semplice e poetico, usando l’ironia della commedia e la leggerezza del sorriso, l’eterna lotta dell’uomo, piccolo, fragile e mortale, per migliorare la sua condizione umana.

Molte sono le tematiche affrontate nel film,la più importante è quella riguardante la disumanizzazione dell’uomo nell’economia moderna.
Per illustrare la disumanizzazione del lavoro Chaplin sceglie di produrre un film quasi interamente muto. A parte l’esibizione finale ne la “Titina” del vagabondo, la cui ambientazione è un ristorante, udiamo solo alcuni suoni e alcune battute recitate attraverso le macchine come le due frasi del direttore della fabbrica nel bagno, che ordina la vagabondo di tornare al lavoro attraverso un grande schermo, o il manuale d’istruzioni per la macchina, o ancora la radio.
La didascalia iniziale: “Tempi Moderni, una storia di industria, iniziativa individuale, e di umanità che si batte alla ricerca della felicità”, è subito seguita dall’immagine di un gregge di pecore bianche dove vi è un’unica pecora nera e quest’immagine è subito seguita, a sua volta, dalla visione di una fiumana di operai che esce dalla fabbrica. Gli uomini hanno perso la loro umanità per lavorare nelle fabbriche e sono simili alle pecore: passivi, senza speranze, non hanno più coscienza di se stessi. È questa dunque la felicità?
E che cosa è diventato l’uomo? Una risposta il regista cerca di darcela quando ci racconta la pazzia del vagabondo.
Il direttore della fabbrica aumenta il ritmo della catena di montaggio e Charlot impazzisce. Si mette a ballare spruzzando d’olio i suoi colleghi impegnati a lavorare. Per fermare il pazzo Charlot il capo reparto ferma la macchina. Tutti i personaggi allora, nel caos più completo, cercano di acchiappare il vagabondo che trova ora nella macchina il suo più potente alleato. Il vagabondo fa ripartire la catena di montaggio ed ecco che tutti i “sani” schiavizzati, si precipitano, senza riflettere, come dei robot, a lavorare con gesti meccanici. E Charlot, il pazzo che è riuscito a scappare alla tirannia della macchina, continua il suo esilarante balletto. Il potere delle macchine è così totalizzante che solo la pazzia riesce a liberarcene? Non è certo una soluzione auspicabile, la pazzia, eppure il film la propone con delicatezza, facendoci ridere.
Come, con altrettanta comica poesia, il regista ci dipinge l’uomo intrappolato dalla tirannia delle macchine nella famosissima scena dove vediamo il vagabondo scivolare tra gli ingranaggi dentellati della catena di montaggio, in un geniale effetto cinematografico che associa il vagabondo alla pellicola “presa” negli ingranaggi della macchina da presa. Il cinema è anche lui il prodotto delle macchine!
E dunque se le macchine possono essere di supporto all’arte, non possono di per sé essere portatrici solo di effetti negativi per l’umanità. Il film non è, a mio avviso, una condanna al progresso industriale di per sé, ma è una denuncia dell’utilizzazione delle macchine solo per produrre di più, solo per fini lucrativi. Una denuncia dell’avidità cieca degli uomini.

E che cosa è la felicità? Di che cosa abbiamo bisogno per essere felici?
Il film sembra dare una risposta semplice: quando mangiamo a sazietà, abbiamo una casa accogliente, un compagno o una campagna amorevoli possiamo essere felici. Il vagabondo e la monella sognano la casa ideale dove tutto è pulito, dove possono cogliere mele mature affacciandosi alla finestra e dove basta fare un fischio a una mucca perché si fermi davanti alla porta di casa e si faccia mungere, dando latte freschissimo. L’uomo e la donna siedono a tavola e mangiano sorridenti. Questa è la felicità per il vagabondo. Certo la scena ci fa sorridere perché le mucche non si fermano davanti alle case per farsi mungere, però ci illumina sul pensiero del regista. Possiamo immaginare l’infanzia difficile del Charlie Chaplin bambino senza genitori, della sua fame. Per lui la felicità è mangiare, avere del latte appena munto, assaporare una mela colta dall’albero.
E ancora com’è enfatizzata l’importanza del cibo quando la monella viene rincorsa per aver rubato un filone di pane, quando Charlot ordina un’incredibile quantità di cibo per sé e per dei bambini sapendo che non potrà pagare, per andare in prigione dove di sicuro mangerà, e quando, dopo la riapertura delle fabbriche, dà da mangiare al suo superiore adesso intrappolato nella macchina ferma, durante la pausa pranzo!
Bisogni primari la cui soddisfazione dà piaceri semplici. Il vagabondo ci fa riflettere su che cosa sia veramente importante nella vita.

Il film tocca un altro tema importante: la miopia, l’egoismo e la cattiveria dei servizi sociali, della polizia, della gente benestante. Si dovrebbe poter aiutare le persone in difficoltà e invece queste vengono intrappolate in un sistema disumanizzato. Il rapporto tra vagabondo e polizia è sempre stato problematico, lo abbiamo visto in molti film di Charlie Chaplin, ma in questo film la tematica suggerita è di più ampio respiro.
La monella viene allontanata dalle sue sorelline. Le bambine hanno perso entrambi i genitori, è una cattiveria dividerle, ma nessuno si pone il problema e la monella scappa quando capisce che comunque perderà le sorelle. Una signora benestante vede la monella rubare un filone di pane, non prova compassione, chiama subito il poliziotto per denunciare il furto. Il poliziotto non riflette neanche un secondo, non prova compassione e insegue una ragazzina vestita di stracci e scalza che ha rubato solo per fame.
Come risolvere il problema del cibo?
Ancora una volta il vagabondo si serve del “sistema istituito” per trovare la soluzione. Ordinando un’incredibile quantità di cibo per sé e dei bambini altrettanto affamati, sapendo che non potrà pagare, viene arrestato e sarà portato in prigione dove mangerà senza dover lavorare. A che serve imprigionare la gente che ruba per fame? Il sistema stesso è assurdo: si dà da mangiare gratuitamente in prigione alle persone che rubano solo per mangiare.
Quanta miopia e quanta assurdità nel sistema costituito!

Perché questo film è ancora attuale?
Il vagabondo diventa in questo film uno dei milioni di disoccupati le cui preoccupazioni non sono poi così diverse dalle nostre al giorno d’oggi: disoccupazione, povertà, scioperi, ineguaglianze economiche, tirannia delle macchine.
E anche se oramai il lavoro a catena interessa una parte minima della forza lavoro che oggi è impegnata maggiormente nel settore terziario, quello dedicato ai servizi, grazie anche alle conquiste dell’ingegneria automatica, le macchine dominano la nostra vita e le nostre economie.
Potremmo pensare che siamo “cresciuti”, cambiati in più di settant’anni e che i problemi di disumanizzazione siano risolti.
Se così fosse “Tempi Moderni”, pur rimanendo una grande opera d’arte, ci sembrerebbe affrontare tematiche superate. Invece il film è così attuale!
In questo terzo millennio, la tecnologia, le macchine tra cui il computer, sono entrate a far parte della nostra vita quotidiana, con una facilità sorprendente. Questo ha portato dei notevoli vantaggi, come il poter comunicare in qualsiasi momento con qualsiasi parte del globo a costo irrisorio (penso al programma skype), oppure riuscire a trovare informazioni in modo rapido senza spostarsi da casa (con la rete internet) anche a costi irrisori (penso al semplice canone mensile che paghiamo per collegarci alla rete).
Altre macchine hanno migliorato la nostra qualità e la nostra “quantità” di vita, penso ad esempio alle conquiste della Medicina nella diagnostica precoce di certe malattie grazie agli ecografi, la risonanza magnetica e la TAC.
Dunque le macchine oggi non fanno parte solo del nostro mondo lavorativo, come nel 1936, ma hanno invaso le nostre case, le nostre borse perfino le nostre tasche (penso ai cellulari, iPod ecc…).
Siamo più felici? Abbiamo riguadagnato o perso ulteriormente parte della nostra umanità per causa delle macchine? Siamo senza problemi di lavoro?
La crisi che attanaglia le nostre economie dal 2008 risponde negativamente all’ultima domanda, mentre è più difficile rispondere alle due precedenti domande.
Potrei qui scrivere ancora pagine e pagine di argomentazioni in favore o a sfavore della crescente invasione delle macchine nella nostra vita e lunghe disquisizioni su che cosa significhi essere felici.. Rimando dunque al desiderio di approfondire e di riflettere all’argomento di chi mi legge che potrà documentarsi facilmente, ancora attraverso questa macchina con la quale sto anch’io scrivendo, per formarsi un’opinione personale.
Ciò che penso sia da ammirare ancora in questo “vecchio” film, è di aver saputo sconfiggere la vecchiaia riuscendo ancora a commuoverci a farci ridere interrogandoci sul profondo senso della nostra vita e della nostra condizione di uomini mortali, esili e piccoli, ma grandi e forti, come solo un’opera d’arte ha la capacità di fare.

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JEUX INTERDITS – GIOCHI PROIBITI recensione di CLAUDIA MARINELLI

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Regia: René Clément
Produzione: Robert Dorfmann
Sceneggiatura: Jean Aurenche, René Clément, Pierre Bost
Soggetto: dal romanzo di François Boyer
Fotografia: Robert Juillard
Montaggio: Roger Dwyre
Musica: Narciso Yepes
Scenografia: Paul Bertrand
Anno di produzione: 1952
Interpreti: Georges Poujouly, Brigitte Fossey, Francis Gouard, Lucien Hubert, Suzanne Courtal
Durata: 86 minuti
Premi: Leone D’Oro alla Mostra Internazionale di Venezia 1952, BAFTA miglior film, Oscar al
            Miglior film straniero 1953

 

Giugno 1940: i nazisti invadono la Francia e gruppi di civili lasciano le città per raggiungere le campagne.  In quest’esodo epocale la piccola Paulette (Brigitte Fossey) di cinque anni  perde i suoi genitori e il suo cagnolino, falciati dalle raffiche delle mitragliatrici di un raid aereo.  La bambina capisce all’istante la tragedia che l’ha colpita ed erra desolata nella campagna con il suo piccolo cane morto in braccio fino a quando incontra Michel Dollé (Georges Poujouly) un contadino di qualche anno più grande di lei, che la porta a casa sua. Il padre di Michel non vuole una bocca in più da sfamare in una casa dove c’è anche un grave ferito, il primogenito Georges, colpito malamente dal calcio di un cavallo, ma accetta la nuova venuta per paura che i suoi odiati vicini, i Gouard ai quali Michel minaccia di portare Paulette, si prendano il merito di averla adottata. La bambina è accolta benevolmente dalla nuova famiglia, e stringe subito con Michel una profonda amicizia. Michel però la informa che i suoi genitori sono stati buttati in una fossa comune e Paulette impaurita si preoccupa per il suo cagnolino che ha lasciato per strada. Il giorno seguente i bambini seppelliscono il cane in un vecchio mulino abbandonato e Michel mette una croce sulla fossa del cagnolino. Nasce così l’idea di costruire un cimitero per gli animali morti di modo che stiano tutti insieme per non annoiarsi, e per non bagnarsi, aggiunge Paulette. Da quel momento in poi la costruzione del cimitero per gli animali e l’abbellimento delle tombe con delle croci sarà l’occupazione principale dei due bambini.  Non contento delle croci che fabbrica da solo e insoddisfatto dei pochi animali che trova morti, Michel comincia ad ammazzare insetti e pulcini, talpe e topi per poi seppellirli con l’aiuto di Paulette nel vecchio mulino e abbellirne le tombe con le croci che riesce a rubare prima al carro funebre che trasporta la bara di suo fratello, che spira a casa poco dopo l’arrivo di Paulette senza che un medico l’abbia mai curato, perché troppo impegnato dalle vittime dei bombardamenti, e poi al cimitero del paese.

I bambini vengono scoperti e Michel scappa di casa. La famiglia Dollé cerca di estorcere a Paulette il nascondiglio delle croci, per paura di conseguenze legali da parte dei proprietari delle tombe derubate, ma Paulette non tradisce il suo più caro amico. Infine papà Dollé acchiappa Michel tornato di nascosto a casa e lo insegue per la stalla ma viene interrotto dall’arrivo della polizia. Tutti pensano ad una azione legale da parte di chi, nel paese, è stato derubato delle croci, ma ben preso si capisce che i gendarmi sono venuti a prendere Paulette per portarla all’orfanotrofio. Michel allora fa giurare al padre che terrà la bambina se lui rivelerà il nascondiglio delle croci, ma appena il bambino indica il vecchio mulino, ecco che papà Dollé firma il suo consenso per il trasferimento della piccola Paulette. Michel furioso va la mulino dove rompe e getta tutte le croci, mentre ritroviamo Paulette in una grande stazione affollata, sola che cerca la sua mamma e Michel.

“Giochi proibiti” è un film delicato e toccante sulla crudeltà della guerra,  della morte e la precarietà della vita.

Crudele è la guerra che strappa i genitori a una bambina indifesa, che ammazza civili innocenti in fuga, ma crudeli sono anche i bambini che ammazzano gli animali per poterli seppellire, come crudeli sono gli adulti che circondano i bambini.

In un mondo dove la morte è “a portata di mano” gli adulti non riescono più a versare lacrime per il troppo, ma di fronte alla tragedia epocale che si dipana davanti ai loro occhi, non sono capaci di dimenticare le piccole beghe e piccinerie quotidiane tra vicini. In un mondo simile, quale gioco potevano inventare dei bambini per “adeguarsi”?

Il gioco è macabro, assurdo a ben pensarci, ma il regista ci racconta una rara delicatezza gli sforzi dei bambini per “convivere” con la morte e con la tragedia che si è abbattuta sulle loro vite.

I bambini sono crudeli, ma tolgono la vita a degli animali, gli adulti invece non giocano, e ammazzano i loro simili tra i quali anche bambini innocenti.  I bambini sotterrano animali morti, ma sono i “grandi”, gli adulti che giocano a fabbricare la morte costruendo cimiteri sconfinati dove le croci sembrano allora prive di senso, quasi una beffa.

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Il film è stato girato tra il 1951 e il 1952, quando il ricordo degli orrori della Seconda Guerra Mondiale era ancora vivo nella mente delle popolazioni europee. Merito di René Clément e degli sceneggiatori è di aver saputo guardare agli orrori della guerra, portatrice di distruzione e di morte, attraverso gli occhi di due bambini che con una logica ferrea si adeguano al mondo degli adulti.  Anche le riprese, quasi sempre ad altezza di bambino, danno a tutta la vicenda narrata una prospettiva particolare.

Molti sono gli spunti di riflessione che ancora, a distanza di sessant’anni, ci colpiscono per la loro attualità.

Come reagisce il mondo degli adulti alla catastrofe che li sta distruggendo? Con freddezza, ognuno cerca di salvare il possibile e nessuno si aiuta veramente.

I bambini sono vittime di una guerra insulsa, non la capiscono ma ne sono colpiti senza pietà. La macchina dei genitori di Paulette si era fermata in mezzo alla strada ed è stata spinta in un prato perché impediva  alla gente in fuga di procedere. Nessuno si è preoccupato di aiutare la famiglia in difficoltà e per questo i genitori si sono trovati sotto le raffiche dei mitra tedeschi.  Quando Paulette perde i genitori, più che disperata, sembra stupefatta di vedere il corpo inerme della mamma vicino a lei, le tocca la faccia per sentirne il calore poi prende il cagnolino ancora tremante e rimane confusa, al bordo della strada.  Nella baraonda di gente che dopo il raid si accalca per passare il ponte la bambina è quasi travolta e “raccattata” da un signore che la issa sul suo carro. La donna accanto alla quale Paulette si siede le getta il cagnolino morto nel fiume senza la minima pietà. Quando Paulette scende dal carro e scappa le persone che l’avevano presa sul carro non la cercano. E non per pietà o compassione Paulette viene accolta nella famiglia Dollé, ma per paura che lei cerchi rifugio presso gli odiati e invidiati vicini dei Dollé, che potrebbero ricevere dall’adozione una medaglia.  Chi sono dunque questi adulti? Dove è finita anche la minima empatia?

René Clément è stato accusato di aver fatto della polemica anti religiosa in questo film, e di aver ridotto la religione  solo al suo aspetto esteriore. Nessun personaggio ha la benché minima comprensione dei profondi valori religiosi, primo di tutti il prete che, quando incontra Paulette che gli dice che i suoi genitori sono morti, si limita a farle recitare delle parole, ma non “spende” neanche un secondo per partecipare al dolore della bambina. Mentre Georges muore viene chiesto a Michel di recitare delle preghiere, e il bambino recita un miscuglio di parole prese da diverse preghiere, ma nessuno se ne accorge. Papà Dollé il giorno del funerale è ben più preoccupato dell’aspetto del carro funebre e neanche entra in chiesa per assistere alla funzione per il figlio morto, mentre si arrabbia tantissimo quando scopre che al carro sono state rubate le croci. Non credo che il regista abbia voluto attaccare la religione in quanto tale, ma sono sicura che abbia denunciato una visione superficiale, approssimativa e ipocrita dei veri valori religiosi.

Il film si intitola “Giochi proibiti”, ma quali sono dunque questi giochi? 

“Il gioco proibito è la guerra” ha detto René Clément, ma nessuno lo vieta, anzi! Di fronte a tutti i morti provocati dalla guerra,  a tutte le croci che i vivi piantano nella terra, il cimitero dei bambini sembra una quisquiglia che può forse solo far amaramente sorridere. La morte, la vita, l’amicizia e l’amore sono così legati tra di loro che i bambini non ne vedono quasi la differenza. E così’ Michel ammazzerà gli animaletti per compiacere a Paulette, perché le vuole bene e quando Paulette lo vedrà ammazzare con una matita uno scarafaggio comincerà a piangere, ma Michel le dirà: “Non sono stato io, è stato l’aereo che mimavo che l’ha ammazzato”.

Il film ci fa sorridere alle volte, ridere altre, e anche piangere perché  il passaggio dalla vita alla morte è così “semplice” e così  assurdo e così reale che anche noi spettatori riusciamo a “inquadrare” il mondo con gli occhi attenti dei bambini. Come loro ci sentiamo impotenti e capiamo perché “giocare” con la morte, in un mondo  precario e devastato dalla guerra, diventa rassicurante. In fondo i cimiteri sono forse diventati i soli luoghi “sicuri”  e sensati. 

Meritevole la musica, diventata un classico famosissimo, è molto “giusta” per il film e “arreda” di gentilezza e di tristezza la trama del film e l’affetto dei due bambini.

Il film vinse l’oscar per il miglior film straniero, il Gran Premio a Cannes e il Leone d’Oro alla mostra di Venezia, di certo tre riconoscimenti più che meritati.

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PAYCHECK – recensione di CLAUDIA MARINELLI

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Regia: John Woo
Soggetto: tratto dal racconto di Philip K. Dick “I labirinti della memoria”
Sceneggiatura: Dean Georgaris
Musica: John Powell, James McKee Smith, John Ashton Thomas
Montaggio: Kevin Stitt, Christopher Rouse
Scenografia: William Sandell
Effetti speciali: Craig Barnett, Al Di Sarro, Tim Walkey
Fotografia: Jeffrey L. Kimball, Larry Blanford
Interpretiti: Ben Affleck, Uma Thurman, Aaron Eckhart, Paul Giamatti,
Genere: Fantascienza/thriller/azione
Produzione: U.S.A. 2003
Durata: 119 minuti
 

            I racconti e i romanzi di Philip K. Dick, uno dei maggiori scrittori di fantascienza, sono stati spesso portati sul grande schermo con successo, ricordiamo infatti “Blade Runner” tratto dal romanzo “Ma gli androidi sognano le pecore elettriche?”, “Minority Report” e molto altri.

Anche “Paycheck” è tratto dalla novella “I labirinti della memoria” che Dick scrisse all’inizio degli anni ’50 e pubblicò per la prima volta nel 1953.

   Siamo in un vicino futuro e Michael Jennings (Ben Affleck) è un brillante ingegnere “al contrario”. Smonta pezzo per pezzo i componenti dei computer fabbricati da aziende concorrenti, per capirne i segreti e ricostruirli potenziati e con prestazioni aggiuntive. È molto richiesto e pagato profumatamente, lavora nella massima segretezza, quando accetta un lavoro nel contratto c’è una clausola che lo obbliga a farsi cancellare la memoria a breve termine, quella riguardante il tempo passato alla realizzazione del singolo progetto. Il suo amico Shorty (Paul Giamatti), con una macchina capace di estrarre i ricordi dal cervello, gli brucia i singoli neuroni.

Michael viene contattato dalla multinazionale di Rethrick (Aaron Eckhart), un suo amico, per un progetto “top secret” che durerà tre anni, al termine dei quali Michael dovrà farsi cancellare la memoria del tempo passato presso la corporation attraverso l’uso di sostanze chimiche iniettate nel corpo. Michael accetta per una cifra a sei zeri e si ritrova dopo tre anni senza alcun ricordo del lavoro che ha svolto, ma con un assegno di 92.000.000 di dollari. Grande però è il suo stupore quando va a ritirare la somma: lui stesso ha ordinato che al posto della somma stabilita gli venga data una busta contente un insieme di oggetti che lui non riconosce come suoi. Ancora incredulo e indeciso sul da farsi viene catturato dall’FBI che gli vuole estorcere informazioni sul suo lavoro presso Rethrick con la macchina che permette di estrarre i ricordi dal cervello, ma riesce a scappare grazie ad alcuni oggetti contenuti nella busta: un sigaretta, un paio d’occhiali e un biglietto dell’autobus. Rifugiatosi in un hotel osserva attentamente gli oggetti rimasti nella busta e intuisce che siano di vitale importanza per lui, chiama un suo vecchio amico Shorty e, mentre i due stanno parlando in una stazione della metropolitana, Michael scopre che i numeri scritti su di un biglietto all’interno della busta altro non sono che i numeri appena estratti della lotteria. Jennings capisce allora che il suo lavoro presso la Rethrick ha avuto in qualche modo a che fare con il predire il futuro. Ma i sicari di Rethrick e l’FBI gli stanno addosso e ancora Michael riesce a salvarsi grazie a un oggetto dentro la busta. Nel frattempo Rethrick,che aveva programmato la morte di Michael, capisce che Michael ha guardato nel suo futuro attraverso la macchina che lui stesso ha costruito, e cerca di avviarla, ma la macchina non parte  perché Michael vi ha inserito un virus. La macchina che Michael ha costruito è una lente dotata di un potente laser che sfrutta la curvatura dell’universo e permette di vedere il futuro, ma non permette di viaggiare nel tempo, possibilità esclusa anche da Einstein. Rethrick allora coinvolge Rachel (Uma Thruman), una biologa impiegata da Rethrick che, nei passati tre anni era diventata la ragazza di Michael, per usarla come esca e trovare l’ingegnere. Rachel però capisce di essere usata e trova Michael. L’ingegnere non la ricorda ma si fida di lei. Michael scopre attraverso un altro oggetto della busta, che ha costruito una macchina capace di vedere il futuro. La sua invenzione avrà conseguenze catastrofiche per l’umanità e l’ingegnere decide di distruggerla. Con l’aiuto di Rachel e altri oggetti nella busta rientra nel campus della multinazionale riuscendo a evitare i sicari di Rethrick e gli agenti dell’FBI per arrivare alla macchina del futuro,  distruggerla, far sì che una pallottola che avrebbe dovuto ucciderlo colpisca Rethrick, e scappare senza lasciare tracce. Ritroviamo poi Michael e Rachel felici proprietari di una serra. Shorty li raggiunge, ha la gabbia di uccelli cari a Rachel, all’interno della quale Michael ha  nascosto il biglietto vincente della lotteria.

     Il film è divertente da vedere e tiene alta l’attenzione degli spettatori grazie alla valida sceneggiatura, che non presenta “buchi” di trama, e all’abile direzione del regista.

John Woo, regista originario di Hong Kong, è diventato famoso per la capacità di combinare  drammi umani con scene di azione e di violenza. Non ci stupisce dunque che abbia deciso di far diventare la sceneggiatura di Dean Georgaris un valido film d’azione che diverte, intrattiene, dandoci anche qualche spunto di riflessione.

Il racconto di Dick, come tutta l’opera dello scrittore, indaga sul significato del nostro essere “coscienti” di chi siamo, essere consapevoli della nostra “condizione umana”. Il racconto “I labirinti della memoria” si domanda cosa saremmo se non avessimo memoria. I ricordi sono responsabili delle nostre azioni presenti e future. Il racconto inoltre ha anche un risvolto politico. Il mondo dove si muove Jennings è diviso in grandi blocchi, le grandi multinazionali e i governi totalitari tengono in mano il potere politico ed economico. L’ingegnere deve superare un insieme di “prove” con l’aiuto degli oggetti misteriosi e rientrare all’interno della multinazionale dove prevede di prenderne la direzione. Scoprirà però che Rethrick ha voluto la costruzione della macchina per poter restaurare la democrazia e non intende cedere il suo potere.  Jennings però aveva visto anche la vera faccia del  capo della multinazionale e programmato la macchina per girare tutta la situazione a suo favore, facendo intuire un lieto fine famigliare: egli infatti sposerà Kelly, la figlia di Rethrick e  terrà le redini della compagnia. Dunque nel racconto di Dick, Rethrick è un “falso cattivo” e, se Jennings all’inizio vuole solo salvarsi, si trasforma in un eroe che salverà il mondo dal totalitarismo, insieme al capo della multinazionale.

Il film purtroppo elimina la “sopresa” finale del racconto, ma lo sceneggiatore non poteva fare altrimenti, in quanto ha ambientato la storia in un prossimo futuro dove la situazione politica sembra essere del tutto uguale a quella odierna. Dean Georgaris ha così scelto si far diventare Rethrick e i suoi sicari i “cattivi proprio cattivi” che vogliono controllare le sorti del mondo, mentre alcuni agenti dell’FBI sono solo “cattivi a metà” in quanto unicamente interessati a recuperare la macchina per il governo americano. Una parte degli agenti dell’FBI invece sembra essere più “buona” perché preoccupata delle sorti di Jennings, inizialmente interessato ai soldi, ma capace di diventare l’eroe solitario che non ha paura di sacrificarsi per salvare il mondo. Capiamo perché John Woo abbia amato questa trama che tratta uno dei suoi temi preferiti: lo scontro tra il bene e il male e come “sotto trama” la perdita degli affetti. Jennings si è fatto cancellare la memoria e non può ricordare l’amore della sua vita. Bella la scena del confronto tra Rachel e Michael, rifugiati in un albergo dopo essere scampati all’ennesimo inseguimento di FBI e sicari di Rethrick: lei lo conosce, sa cosa ama indossare, gli ha portato i suoi vestiti preferiti, lui invece non la ricorda e per lui  si tratta del primo incontro, non sa bene cosa fare, mentre lei vorrebbe il calore dell’affetto che lui le aveva dato.

Non mancano spunti di riflessione ben inseriti nei dialoghi. Quando Jennings capisce infine di aver inventato una macchina per vedere il futuro riflette a ciò che l’invenzione possa significare per l’umanità. Che cosa diventeremmo se potessimo sapere tutto ciò che ci accadrà? E se qualcuno potesse prevedere il futuro, se avesse questo immenso potere, che ne sarebbe del mondo? Il film risponde con chiarezza: il mondo andrebbe incontro a delle catastrofi ma non sappiamo bene come e perché, ma il risvolto catastrofico è funzionale alla trama: senza le catastrofi non ci sarebbe la necessità per Jennings di distruggere la macchina e dunque il film non potrebbe avere una conclusione valida. Michael, tra un inseguimento e l’altro, riflette e si dice: “Se riveli a qualcuno il suo futuro, non avrà futuro. Se elimini il mistero elimini anche la speranza.” E noi aggiungiamo: la speranza di poterlo cambiare.  Non è forse proprio perché non sappiamo il nostro futuro, che  continuiamo a sperare di poterlo cambiare? E riusciamo a realizzare i nostri sogni futuri proprio perché non sappiamo se saremo capaci di realizzarli nel presente, ma lavoriamo sodo per raggiungere i nostri obiettivi.

Da notare anche le belle “trovate” della scenografia per suggerire allo spettatore il tema del film come ad esempio l’inserimento, tra i soprammobili a casa di di Jennings, di una mano in ceramica dove vi sono segnate tutte le linee per la lettura chiromantica. L’idea della chiromanzia è suggerita nuovamente quando i personaggi consultano la macchina che prevede il futuro: essi devono infatti poggiare il palmo della mano destra su di un palla che sembra leggere le linee della mano.

La storia è forse un po’ scontata, ma la trama rimane pur sempre coerente e incalzante, corredata da begli effetti speciali e una regia brillante. Ritroviamo tutti i trucchi cari al regista: l’uso del rallenti, la capacità di suggerire inquietudine attraverso i movimenti della macchina da presa, sullo stile di Hitchcock, l’uso delle arti marziali, gli inseguimenti mozzafiato, e il dispiegamento di un numero incredibile di attori solo, ad esempio, per riprendere un personaggio che fa scivolare il tesserino di riconoscimento per aprire la porta dove sta la famigerata macchina del futuro.

Il film intrattiene e diverte, ci fa dimenticare per due ore la nostra quotidianità e ci fa saltare a piedi pari nel mondo dell’immaginario. Parteggiamo subito per Michael Jennings, rimaniamo incuriositi da come riuscirà ad usare tutti gli oggetti della busta e godiamo divertiti degli inseguimenti e delle sparatorie dove i “cattivi” periscono con facilità, mentre i “buoni” attraversano indenni piogge di proiettili. Siamo a Hollywood! Il mondo dove tutto è possibile e dove i sogni diventano realtà… John Woo non l’ha certo scordato.

 

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IL PRANZO DI FERRAGOSTO – recensione di CLAUDIA MARINELLI

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Regia: Gianni Di Gregorio
Soggetto: Gianni Di Gregorio
Sceneggiatura: Gianni Di Gregorio
Montaggio: M. Spoletini
Scenografia: Daniele Cascella
Fotografia: G. Bianco
Musica: Ratchev & Carratello
Genere: Commedia
Cast:  Gianni Di Gregorio, V. De Franciscis Bendoni, A. Santagata, M.Cicciotti, M. Calì, G.Cesarini Sforza, Luigi Marchetti
Produzione: Italia 2008
Durata: 75 minuti
 

            Siamo in un quartiere del centro di Roma alla vigilia di un torrido Ferragosto. Gianni, uomo di mezz’età, con il vizio de bere, non ha altro lavoro che quello di accudire l’anziana madre,  Donna Valeria, alquanto oppressiva e capricciosa. Madre e figlio abitano in quello che un tempo doveva essere stato un bell’appartamento ormai decaduto e sono pieni di debiti. La vita di Gianni trascorre regolare e senza più sogni  tra le faccende domestiche, le visite all’osteria sotto casa e le chiacchiere con Vichingo, che gironzola per il quartiere.

Ma ecco che alla vigilia di Ferragosto arriva a casa di Gianni,  Alfonso, l’amministratore del palazzo, per riscuotere le numerose rate insolute di condominio.  Gianni farfuglia rispose evasive. L’amministratore allora gli propone di cancellare tutti i suoi debiti a condizione che Gianni ospiti sua madre fino alla sera del giorno dopo, perché lui possa raggiungere la sua famiglia alle terme. Gianni si vede costretto ad accettare non solo la mamma di Alfonso, Marina, ma anche la zia Maria, un’arzilla vecchietta con problemi di memoria, che Alfonso, a tradimento, gli porta in casa insieme alla madre. Gianni accusa un malore e chiama il suo medico, Marcello, che lo visita e lo rassicura e gli chiede di potergli portare anche la sua di madre per la notte e il giorno dopo, visto che lui è di turno in ospedale e non la può lasciare da sola per troppo tempo. Così Grazia, la mamma del medico, si aggiunge alla compagnia.

Le quattro donne hanno tutte caratteri diversi ed impiegano qualche ora prima di prendere confidenza le une con le altre, e con la nuova situazione, mettendo Gianni in difficoltà. La zia Maria si piazza in cucina per confezionare la pasta al forno, Marina vuole avere la televisione tutta per lei, Grazia, che deve seguire una dieta rigorosa, si abbuffa prima di mortadella e poi  della pasta fatta dalla zia Maria appena Gianni abbassa un po’ l’attenzione, mentre Donna Valeria vorrebbe spettegolare in disparte delle nuove arrivate con il figlio e si rifiuta di mangiare con loro.  Gianni è frastornato, si adopera al meglio per soddisfare le esigenze delle quattro arzille vecchiette, ritrova Marina che arrabbiata per la mancanza della televisione è scappata di casa, ed infine riesce a metterle tutte a letto. Il giorno seguente le quattro signore si svegliano felici di essere in compagnia, e si aspettano il rituale pranzo della festa estiva. A Gianni non rimane che farsi trascinare dai preparativi della festa, con l’aiuto di Vichingo trova del pesce e confeziona  un pranzetto con i fiocchi. L’esuberanza, la voglia di vivere e di divertirsi, di condividere i piaceri della tavola e del buon vino, delle quattro signore travolgono Gianni che quasi non riesce a star dietro alla loro vitalità. Il pranzo di Ferragosto è un vero successo, Valeria ha apparecchiato con la tovaglia ricamata, piatti di un bel servizio, bicchieri di cristallo e fiori, zia Maria si è agghindata con un cappello di Valeria, e Marina e Grazia si sono vestite a festa, mentre Gianni  e Vichingo hanno cucinato il pesce al forno. Quando arriva la telefonata del medico alla fine del pranzo  che verrà presto a riprendersi la mamma, tutte sono deluse e tristi. Gianni fa la valigia di Grazia, ma quando arriva l’ora di partire ecco che le anziane signore metteranno in mano a Gianni un bel po’ di soldi e lui non potrà rifiutare di tenerle ancora  a casa sua.

Il film prende spunto dall’esperienza personale del regista sceneggiatore, Gianni Di Gregorio, al quale l’amministratore del suo condominio aveva veramente offerto di tenere la madre. Offerta da lui rifiutata nella realtà. Probabilmente l’originale rifiuto ha generato ripensamenti, e così il regista, chiedendosi “Che cosa sarebbe successo se avessi accettato?” ha costruito la trama di questa garbata e coraggiosa commedia sulla vecchiaia.

Gianni Di Gregorio, sceneggiatore e regista, che recita la parte di Gianni, e Alfonso Santagata, nella parte dell’amministratore, sono gli unici attori professionisti. E se il resto del cast è catalogato come “non professionista”, di certo nessun attore e nessuna attrice risultano non all’altezza del ruolo a loro assegnato.

Di Gregorio ha scelto le attrici per la loro spontaneità e la loro verità.  In effetti, la “quaterna” femminile non poteva essere più riuscita, sia per i fisici completamente diversi, Donna Valeria ha ancora un portamento aristocratico, in netto contrasto con l’incedere un po’ goffo e pesante della Zia Maria ad esempio, sia per i toni delle voci, come quello dolce e pacato di Grazia in contrasto con le tonalità più acute di Marina.

Bella l’ambientazione: la casa antica, in un palazzo d’epoca, con alcuni mobili d’antiquariato anche belli, e altri più dozzinali, in una Roma quasi deserta e caldissima, con finestre spesso chiuse a oscurare le stanze, ben si presta al dipanarsi della storia. Quelle stesse finestre, una volta aperte durante il pranzo di ferragosto, faranno entrare la luce prepotente dell’estate, dando all’ambientazione la gioia  e il calore che il cibo condiviso porta a tutti i commensali.

In soli 75 minuti, Gianni Di Gregorio riesce a raccontare una storia leggera eppure profonda, divertente ma anche amara aprendo uno squarcio sul mondo della terza età e obbligandoci a riflettere su che cosa significhi essere anziani.

Con dialoghi brillanti e ben costruiti, pause funzionali alla storia, personaggi realistici e soprattutto coerenti, il film ci intrattiene e ci diletta per lo sguardo amorevole e un po’ disilluso del regista verso un mondo che spesso viene volutamente dimenticato, e forse anche mal capito.

Le quattro donne sono quattro anziane diverse di carattere, eppure ancora così vitali!

Donna Valeria la nobildonna decaduta, che si trucca un viso solcato di rughe con mani deformate dall’artrite, per farsi bella con le sue ospiti, dapprima vuole rimanere sul suo piedestallo e neanche esce dalla sua camera per salutare le nuove arrivate, ma poi capisce che la compagnia vale ben di più dei suoi titoli nobiliari, e accetta le nuove amicizie con la grazia dei bambini. Invita le ospiti a prendere una camomilla in camera sua, adatta un suo cappello alla Zia Maria, che è ben felice della nuova acconciatura, rende la tavola accogliente apparecchiandola in modo perfetto e ornandola di fiori. Zia Maria, con il fisico un po’ tozzo quasi da contadina, si preoccupa di fare da mangiare, come probabilmente ha sempre fatto nella sua vita, e impartisce istruzioni culinarie a Gianni che non si sogna neanche di contraddirla. Grazia, dolce e gentile, accetta la situazione di “mamma abbandonata” con serenità, mangia la cena a base di verdure che le ha preparato Gianni, ma si vede che muore dalla voglia di gustare la pasta al forno della Zia Maria e, appena può, la ruba di notte dal frigo. Scoperta da Gianni, non si scompone, e con la sua serafica dolcezza, chiede, mentre l’uomo le toglie il piatto:  “Ancora un pezzettino?” Ed infine Marina, esuberante, ancora ben in carne, accentratrice di attenzione e despotica almeno quanto Donna Valeria, all’inizio rifiuta la sua situazione e lo dimostra con i suoi capricci, chiudendosi a chiave in salone e poi scappando di notte agghindata con una gonna lunga di organza. Ritrovata da Gianni sul lungotevere seduta a un tavolino che fuma e beve, si lascia convincere di ritornare a casa e quasi flirta con il padrone di casa.

Niente si è perso delle rispettive personalità con l’avanzare degli anni.  Queste donne sono anziane, ma hanno ancora aspirazioni, bisogni, idee precise sul come fare le cose, e soprattutto una gran voglia di vivere! La vecchiaia ha colpito i loro corpi, li ha intrappolati in un involucro decadente, ma sembra non aver poi tanto invecchiato le menti. Hanno tutte una gran voglia di divertirsi, di gioire dei piaceri semplici della vita quale il mangiare, il bere e il godere della reciproca compagnia. Perché nella casa al centro di Roma, è Gianni, il più giovane della compagnia, a sembrare il più stanco, il più disilluso, il più passivo di fronte alla vita. Le anziane signore non si sono arrese alla tirannia del tempo, chiacchierano, si raccontano i loro ricordi, i loro amori, si fanno compagnia ed emanano gioia.

E quando appaiono i titoli di coda viene naturale domandarsi: ma la vecchiaia che cosa è?

In un mondo dove essere sempre giovani e belli, scattanti e veloci, sembrano i valori più importanti,  è da apprezzare il coraggio del regista –sceneggiatore che ci racconta questa storia semplice dove i personaggi, vecchi e forse non più belli (anche se i visi rugosi alle volte conservano un fascino particolare, ma diverso) lenti e indolenti, godono del tempo senza inquietudine.

È vecchio colui che ha un certo numero di anni, che ha un viso pieno di rughe, mani deformate dall’artrite, o colui che non ha più voglia di gioire della vita?

Il film è anche una riflessione sulla condizione degli anziani nella società, spesso rimasti da soli perché vedovi e o vedove,  emarginati in qualche modo, considerati un peso per  le famiglie dei parenti che li ospitano o che  si curano di loro. L’amministratore paga una cifra astronomica, pur di avere due giorni liberi, e vediamo che non raggiunge la sua famiglia alle terme come dice a Gianni, ma si allontana in decappottabile con una bella ragazza giovane al fianco. Il medico Marcello, ligio al suo dovere di figlio medico, che gestisce le medicine della madre in modo eccellente, promette di riprenderla per mezzogiorno, ma che poi chiama a pranzo finito. Ed infine Gianni, succube di una madre un po’ despotica, accetta di tenere le anziane signore solo per soldi, non certo che affetto. E se la battuta finale di Gianni che dice, dopo aver preso i soldi al termine del pranzo di Ferragosto, annuendo e sciogliendosi in un sorriso: “Stasera però cuciniamo qualcosa di leggero, un brodino vegetale!” ci fa ridere, ci lascia anche con l’amaro in bocca.

In una società in cui il numero di anziani cresce ogni anno, perché non si può pensare al mondo della terza età come un universo ancora vitale e gioioso, popolato di persone capaci di apprezzare la vita, di amare e di rendersi utili?

“Il pranzo di Ferragosto” è stato acclamato al festival di Venezia dove ha vinto il Leone del futuro, ha vinto il David di Donatello per miglior regia di esordiente, e die Ciak d’oro per miglior opera prima e miglior sonoro in presa diretta. Non possiamo che concordare con le giurie di questi premi:  in effetti questa tenera commedia è un piccolo gioiello del cinema italiano.

 

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