JEUX INTERDITS – GIOCHI PROIBITI recensione di CLAUDIA MARINELLI

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Regia: René Clément
Produzione: Robert Dorfmann
Sceneggiatura: Jean Aurenche, René Clément, Pierre Bost
Soggetto: dal romanzo di François Boyer
Fotografia: Robert Juillard
Montaggio: Roger Dwyre
Musica: Narciso Yepes
Scenografia: Paul Bertrand
Anno di produzione: 1952
Interpreti: Georges Poujouly, Brigitte Fossey, Francis Gouard, Lucien Hubert, Suzanne Courtal
Durata: 86 minuti
Premi: Leone D’Oro alla Mostra Internazionale di Venezia 1952, BAFTA miglior film, Oscar al
            Miglior film straniero 1953

 

Giugno 1940: i nazisti invadono la Francia e gruppi di civili lasciano le città per raggiungere le campagne.  In quest’esodo epocale la piccola Paulette (Brigitte Fossey) di cinque anni  perde i suoi genitori e il suo cagnolino, falciati dalle raffiche delle mitragliatrici di un raid aereo.  La bambina capisce all’istante la tragedia che l’ha colpita ed erra desolata nella campagna con il suo piccolo cane morto in braccio fino a quando incontra Michel Dollé (Georges Poujouly) un contadino di qualche anno più grande di lei, che la porta a casa sua. Il padre di Michel non vuole una bocca in più da sfamare in una casa dove c’è anche un grave ferito, il primogenito Georges, colpito malamente dal calcio di un cavallo, ma accetta la nuova venuta per paura che i suoi odiati vicini, i Gouard ai quali Michel minaccia di portare Paulette, si prendano il merito di averla adottata. La bambina è accolta benevolmente dalla nuova famiglia, e stringe subito con Michel una profonda amicizia. Michel però la informa che i suoi genitori sono stati buttati in una fossa comune e Paulette impaurita si preoccupa per il suo cagnolino che ha lasciato per strada. Il giorno seguente i bambini seppelliscono il cane in un vecchio mulino abbandonato e Michel mette una croce sulla fossa del cagnolino. Nasce così l’idea di costruire un cimitero per gli animali morti di modo che stiano tutti insieme per non annoiarsi, e per non bagnarsi, aggiunge Paulette. Da quel momento in poi la costruzione del cimitero per gli animali e l’abbellimento delle tombe con delle croci sarà l’occupazione principale dei due bambini.  Non contento delle croci che fabbrica da solo e insoddisfatto dei pochi animali che trova morti, Michel comincia ad ammazzare insetti e pulcini, talpe e topi per poi seppellirli con l’aiuto di Paulette nel vecchio mulino e abbellirne le tombe con le croci che riesce a rubare prima al carro funebre che trasporta la bara di suo fratello, che spira a casa poco dopo l’arrivo di Paulette senza che un medico l’abbia mai curato, perché troppo impegnato dalle vittime dei bombardamenti, e poi al cimitero del paese.

I bambini vengono scoperti e Michel scappa di casa. La famiglia Dollé cerca di estorcere a Paulette il nascondiglio delle croci, per paura di conseguenze legali da parte dei proprietari delle tombe derubate, ma Paulette non tradisce il suo più caro amico. Infine papà Dollé acchiappa Michel tornato di nascosto a casa e lo insegue per la stalla ma viene interrotto dall’arrivo della polizia. Tutti pensano ad una azione legale da parte di chi, nel paese, è stato derubato delle croci, ma ben preso si capisce che i gendarmi sono venuti a prendere Paulette per portarla all’orfanotrofio. Michel allora fa giurare al padre che terrà la bambina se lui rivelerà il nascondiglio delle croci, ma appena il bambino indica il vecchio mulino, ecco che papà Dollé firma il suo consenso per il trasferimento della piccola Paulette. Michel furioso va la mulino dove rompe e getta tutte le croci, mentre ritroviamo Paulette in una grande stazione affollata, sola che cerca la sua mamma e Michel.

“Giochi proibiti” è un film delicato e toccante sulla crudeltà della guerra,  della morte e la precarietà della vita.

Crudele è la guerra che strappa i genitori a una bambina indifesa, che ammazza civili innocenti in fuga, ma crudeli sono anche i bambini che ammazzano gli animali per poterli seppellire, come crudeli sono gli adulti che circondano i bambini.

In un mondo dove la morte è “a portata di mano” gli adulti non riescono più a versare lacrime per il troppo, ma di fronte alla tragedia epocale che si dipana davanti ai loro occhi, non sono capaci di dimenticare le piccole beghe e piccinerie quotidiane tra vicini. In un mondo simile, quale gioco potevano inventare dei bambini per “adeguarsi”?

Il gioco è macabro, assurdo a ben pensarci, ma il regista ci racconta una rara delicatezza gli sforzi dei bambini per “convivere” con la morte e con la tragedia che si è abbattuta sulle loro vite.

I bambini sono crudeli, ma tolgono la vita a degli animali, gli adulti invece non giocano, e ammazzano i loro simili tra i quali anche bambini innocenti.  I bambini sotterrano animali morti, ma sono i “grandi”, gli adulti che giocano a fabbricare la morte costruendo cimiteri sconfinati dove le croci sembrano allora prive di senso, quasi una beffa.

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Il film è stato girato tra il 1951 e il 1952, quando il ricordo degli orrori della Seconda Guerra Mondiale era ancora vivo nella mente delle popolazioni europee. Merito di René Clément e degli sceneggiatori è di aver saputo guardare agli orrori della guerra, portatrice di distruzione e di morte, attraverso gli occhi di due bambini che con una logica ferrea si adeguano al mondo degli adulti.  Anche le riprese, quasi sempre ad altezza di bambino, danno a tutta la vicenda narrata una prospettiva particolare.

Molti sono gli spunti di riflessione che ancora, a distanza di sessant’anni, ci colpiscono per la loro attualità.

Come reagisce il mondo degli adulti alla catastrofe che li sta distruggendo? Con freddezza, ognuno cerca di salvare il possibile e nessuno si aiuta veramente.

I bambini sono vittime di una guerra insulsa, non la capiscono ma ne sono colpiti senza pietà. La macchina dei genitori di Paulette si era fermata in mezzo alla strada ed è stata spinta in un prato perché impediva  alla gente in fuga di procedere. Nessuno si è preoccupato di aiutare la famiglia in difficoltà e per questo i genitori si sono trovati sotto le raffiche dei mitra tedeschi.  Quando Paulette perde i genitori, più che disperata, sembra stupefatta di vedere il corpo inerme della mamma vicino a lei, le tocca la faccia per sentirne il calore poi prende il cagnolino ancora tremante e rimane confusa, al bordo della strada.  Nella baraonda di gente che dopo il raid si accalca per passare il ponte la bambina è quasi travolta e “raccattata” da un signore che la issa sul suo carro. La donna accanto alla quale Paulette si siede le getta il cagnolino morto nel fiume senza la minima pietà. Quando Paulette scende dal carro e scappa le persone che l’avevano presa sul carro non la cercano. E non per pietà o compassione Paulette viene accolta nella famiglia Dollé, ma per paura che lei cerchi rifugio presso gli odiati e invidiati vicini dei Dollé, che potrebbero ricevere dall’adozione una medaglia.  Chi sono dunque questi adulti? Dove è finita anche la minima empatia?

René Clément è stato accusato di aver fatto della polemica anti religiosa in questo film, e di aver ridotto la religione  solo al suo aspetto esteriore. Nessun personaggio ha la benché minima comprensione dei profondi valori religiosi, primo di tutti il prete che, quando incontra Paulette che gli dice che i suoi genitori sono morti, si limita a farle recitare delle parole, ma non “spende” neanche un secondo per partecipare al dolore della bambina. Mentre Georges muore viene chiesto a Michel di recitare delle preghiere, e il bambino recita un miscuglio di parole prese da diverse preghiere, ma nessuno se ne accorge. Papà Dollé il giorno del funerale è ben più preoccupato dell’aspetto del carro funebre e neanche entra in chiesa per assistere alla funzione per il figlio morto, mentre si arrabbia tantissimo quando scopre che al carro sono state rubate le croci. Non credo che il regista abbia voluto attaccare la religione in quanto tale, ma sono sicura che abbia denunciato una visione superficiale, approssimativa e ipocrita dei veri valori religiosi.

Il film si intitola “Giochi proibiti”, ma quali sono dunque questi giochi? 

“Il gioco proibito è la guerra” ha detto René Clément, ma nessuno lo vieta, anzi! Di fronte a tutti i morti provocati dalla guerra,  a tutte le croci che i vivi piantano nella terra, il cimitero dei bambini sembra una quisquiglia che può forse solo far amaramente sorridere. La morte, la vita, l’amicizia e l’amore sono così legati tra di loro che i bambini non ne vedono quasi la differenza. E così’ Michel ammazzerà gli animaletti per compiacere a Paulette, perché le vuole bene e quando Paulette lo vedrà ammazzare con una matita uno scarafaggio comincerà a piangere, ma Michel le dirà: “Non sono stato io, è stato l’aereo che mimavo che l’ha ammazzato”.

Il film ci fa sorridere alle volte, ridere altre, e anche piangere perché  il passaggio dalla vita alla morte è così “semplice” e così  assurdo e così reale che anche noi spettatori riusciamo a “inquadrare” il mondo con gli occhi attenti dei bambini. Come loro ci sentiamo impotenti e capiamo perché “giocare” con la morte, in un mondo  precario e devastato dalla guerra, diventa rassicurante. In fondo i cimiteri sono forse diventati i soli luoghi “sicuri”  e sensati. 

Meritevole la musica, diventata un classico famosissimo, è molto “giusta” per il film e “arreda” di gentilezza e di tristezza la trama del film e l’affetto dei due bambini.

Il film vinse l’oscar per il miglior film straniero, il Gran Premio a Cannes e il Leone d’Oro alla mostra di Venezia, di certo tre riconoscimenti più che meritati.

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