ROXANNE – recensione di CLAUDIA MARINELLI

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Regia: Fred Schepisi
Sceneggiatura: Steve Martin
Soggetto: ispirato a  “Cyrano De Bergerac” di Edmond Rostand
Musica: Bruce Smeaton
Montaggio: John Scott
Costumi: Jeffrey Kurland
Fotografia: Ian Baker
Cast: Steve Martin, Daryl Hannah, Shelley Duvall, Michael J. Pollard, Fred Willard, Michael J. Pollard, Rick Rossovich
Genere: Commedia
Produzione: U.S.A. 1987
Durata: 105 minuti
Nomination: Steve Martin ai Golden Globe nella categoria “miglior attore in un film commedia o musicale”

Alle volte il teatro va al cinema, e alcuni sceneggiatori e registi decidono di portare sul grande schermo le opere di grandi drammaturghi, Sheakespeare è uno tra i prediletti.

“Roxanne” è la trasposizione ai nostri giorni della famosa opera teatrale di Edmond Rostand, “Cyrano De Bergerac”, scritta alla fine dell’Ottocento, ma ambientata durante il regno del Re Sole.Siamo nella deliziosa, accogliente e tranquilla località sciistica di Nelson, nello stato di Washington (il film però è stato girato nella  British Columbia), composta di casette unifamiliari, i cui tetti  fanno capolino tra le mille sfumature di verde della fitta coltre, che copre le montagne della regione. La cittadina dove si svolge la vicenda sembra avere una sua personalità.

L’estroso, intelligente e colto pompiere capo D.C. Bales, Charlie, ha un naso enorme che porta con orgoglio a spasso per le strade della cittadina, come a sfidare chiunque voglia prenderlo in giro.  E non è tenero con chi lo fa. Roxanne, una studentessa di astronomia, è arrivata in città per l’estate e ha affittato la casa di Dixie, un’amica del pompiere.

Tra Roxanne e Charlie s’instaura subito una facile amicizia ma, qualsiasi implicazione sentimentale da parte di Charlie viene interrotta dall’arrivo del pompiere Chris, Rick Rossovich, belloccio, goffo e stupidotto, che cattura subito l’attenzione di Roxanne. Purtroppo Chris è un impacciato maldestro e Roxanne, non capendo perché la eviti, chiede aiuto a Charlie per avvicinare il suo collega pompiere.  Charlie è deluso ma parla con Chris, che gli svela il suo segreto: è completamente negato in quanto a rapporti con l’altro sesso. Charlie allora gli suggerisce di scrivere alla bella. 

Ma se Chris non riesce a parlare alle donne, riesce ancora meno a scrivere e così è Charlie che scrive a Roxanne firmando col nome di Chris.  Roxanne in un primo momento è sorpresa dalla lettera, ma ciò che vi è scritto è così romantico che ne rimane affascinata. Segue un primo incontro tra Roxanne e Chris, fornito di auricolari con i quali Charlie gli suggerisce cosa dire a distanza. Tutto va per il meglio fino a quando gli auricolari smettono di funzionare e Chris rivela la sua vera natura con delle battute irrispettose. Roxanne offesa, lo caccia e sarà Charlie, la sera, parlandole nascosto tra gli alberi del giardino e fingendosi Chris, che la riconquisterà raccontandole il suo amore. Chris passerà la notte con Roxanne, lasciando Charlie deluso.

La mattina seguente Roxanne deve partire  all’improvviso e, non riuscendo a salutare Chris, lascia a Charlie il suo indirizzo. Mentre Charlie scrive tre lettere d’amore al giorno a Roxanne, sempre firmandosi col nome di Chris e all’insaputa di quest’ultimo, Chris conosce una barista che gli propone  di partire con lei per la California. Roxanne conquistata dalle romantiche lettere di Charlie torna prima del previsto e il capo pompiere, che stava scrivendo l’ennesima lettera, corre ad avvertire Chris, dimenticando nel locale di Dixie, con la quale si è confidato, la lettera non finita. L’amica l’apre e legge.

Il secondo incontro tra Chris e Roxanne si rivela deludente e Chris la lascia per andare in California scrivendole un biglietto. Dixie infila sotto la porta della casa dove abita Roxanne l’ultima lettera di Charlie, e così la ragazza finalmente capisce che Charlie è innamorato di lei e gli chiede spiegazioni. Il pompiere si dichiara infine e Roxanne è arrabbiata per essere stata a letto con Chris, perché convinta dalle parole di D.C. I due litigano ma Charlie deve scappare: un incendio sta divampando in città. Dopo aver domato l’incendio Charlie torna a casa avvilito, ma ecco che appare Roxanne che, dal giardino si dichiara dicendogli prima che ama il suo naso e poi che lo ama.  Il lieto fine è così assicurato.

Perché Steve Martin ha voluto scrivere una sceneggiatura ispirandosi al famoso personaggio di Cyrano? Che cosa ha voluto dirci con questa piccola, dolce, nostalgica e divertente commedia che ha perso in parte la complessità del dramma romantico al quale si ispira, ma non per questo è diventata un’opera superficiale? Proprio perché lo sceneggiatore non ha avuto la “velleità” di eguagliare Rostand, intitolando con intelligenza la sua creazione “Roxanne”,  ci regala quasi due ore di godibile divertimento.

Si tratta in fondo di una storia “cotta e ricotta”. Un uomo intelligente ma brutto ama una bella ragazza, che però ama un uomo  bello ma stupido. L’uomo brutto aiuta l’uomo bello a corteggiare la ragazza, ma poi lei realizza di essere innamorata dell’uomo brutto.

Come ha fatto Steve Martin scrivere con queste premesse una divertente e intelligente commedia? Dando arguzia al personaggio principale, aggiungendo battute brillanti, arricchendo la trama di piccole “sotto trame” spassose, e facendo diventare il film una piccola favola che ripropone il vecchio problema della forma e della sostanza.

Charlie ha un dramma: il suo viso è sfigurato da un enorme e brutto naso. Come Cyrano, Charlie si è fabbricato un insieme di difese contro un mondo dove le apparenze sono sempre così importanti: ha sviluppato una prontezza di spirito poco comune, usa in modo eccellente l’arma della parola per ridicolizzare chi lo vuole umiliare (divertentissima la scena in cui C.D., modernizzando la tirata di Cyrano, sforna venti battute sul tema “avete un naso grande”), sa difendersi anche se deve venire alle mani (non usa la spada, ma una racchetta da tennis, beh siamo nel Wisconsin nell’anno 1987), è intelligente, colto, leale, sognatore, appassionato e anche dolce! Ma Charlie ha perso tutte le spigolosità dell’antico personaggio e vive sereno nel suo ambiente,  si è conquistato l’amicizia e il rispetto dei suoi concittadini, li ha educati a non parlare del suo naso, non è arrabbiato o deluso, ed è rimasto, nonostante la sua evidente voglia insoddisfatta di amore, una persona gentile. Perché Charlie abbia scelto di fare il mestiere di pompiere, non lo sappiamo. Forse perché riesce a sentire l’odore di un fuoco a distanza? Perché vuole aiutare la gente in caso di bisogno? Oppure era un mestiere nel quale la taglia del naso non aveva importanza per fare carriera, ed in effetti lui è diventato il capo della caserma. Se nel dramma di Rostand fin dall’inizio intuiamo che la storia “non finirà bene”, proprio perché il suo personaggio principale è tutto d’un pezzo, nel film di Schepisi, già dalle prime battute, capiamo di trovarci in una commedia romantica a lieto fine. La bravura dello sceneggiatore è evidente, ha letto e riletto il “Cyrano De Bergerac”, lo ha amato e stimato,  per poi rielaborarlo e creare un personaggio coerente e “adatto a lui”. E per scrivere la sceneggiatura forse ha usato il gioco dei “se…?”

Che cosa sarebbe successo se Cristiano fosse stato bello ma anche un po’ cafone e si fosse leggermente  tradito? Se Roxanne avesse avuto dei dubbi?  Ma soprattutto: cosa sarebbe successo se Cyrano fosse stato solo un po’ meno “tutto d’un pezzo”, un po’ meno “eroe” accettando l’umanità per quella che è? Se avesse avuto un’amica con la quale confidarsi? Rispondere a queste domande in modo coerente, soprattutto alle ultime due, ci porta con facilità al finale dallo sceneggiatore. Qual è l’episodio importante che permette il lieto fine? La lettera dimenticata da Charlie accanto all’amica Dixie. Dixie la legge e fa in modo che Roxanne la legga, perché chi trova un amico trova un tesoro e Dixie vuole bene a C.D. Cyrano non ha amici, è troppo burbero, troppo tutto d’un pezzo, troppo solo, troppo sfiduciato negli esseri umani anche solo per considerare di parlare con qualcuno del suo amore. Ma non Charlie.

Roxanne, ben interpretata dalla bellissima Daryl Hannah, è attratta dalle apparenze, ci convince quando non riconosce la voce di Charlie che dal giardino la  riconquista, dopo la brutta “gaffe” di Chris, e supponiamo che quest’ultimo, una volta entrato nel suo letto, non abbia aperto bocca. Mai un amore è stato tanto cieco.

Ma Roxanne ha dei dubbi, però la bravura di Charlie li spazza via, perché lei vuole credere alla favola. Ed è così palese che i due siano fatti l’uno per l’altra, tanto che  vorremmo dire al personaggio: “Ma non capisci che C.D. è l’uomo giusto per te?” Lei è un’astronoma, colta, di buona educazione e gentile.  Come può non essere attratta da un uomo così delicato, appassionato, semplice e simpatico? E come capiamo che oltre alla capacità di C.D. di essere brillante è anche colto e dolce? Attraverso sottili messaggi come l’arredamento della sua casa, accogliente, luminosa e piena di libri, con riproduzioni di Chagall e Arcimboldo alle pareti, e da come allena la sua squadra di pompieri al ritmo dei valzer di Strauss.

Sarà durante la litigata finale che i due personaggi principali sveleranno le loro insicurezze, pur rispettando le regole del gioco della sceneggiatura. Sono coerenti e svelano le loro fragilità, perché altrimenti non potrebbero mai rendersi conto dei loro sbagli e cambiare. “Tu volevi tutto,” grida D.C. a Roxanne. “Tutta la poesia e tutto il turbamento confezionati in un bel nasino,”  e solo dopo aggiunge “e in un super body.”

E lei è arrabbiata perché ha ceduto solo alle apparenze, ha ricommesso lo sbaglio di confondere il sesso con l’amore, come col suo precedente ragazzo. È  fragile, per giustificarsi, più a se stessa che con D.C. dice: “Io neanche lo considero di essere stata a letto con lui.” Ma la verità è che non è stata capace di andare oltre alle apparenze. La litigata permetterà a Roxanne di fare il punto e di capire chi ama e che la bellezza è qualcosa che si ha dentro, non è un concetto “fisico”. E difatti alla fine prima di dire a Charlie che lo ama, dichiarerà il suo amore al suo naso, e non solo per rassicurarlo, ma anche per inviarci il messaggio che dietro a un brutto naso si può nascondere  un bellissimo uomo.  

“Roxanne” vive una vita tutta sua per 105 minuti, è legato dal filo della “ispirazione” con il dramma di Rostand, ma il paragone con questo è impossibile, assurdo, oltre a essere sciocco. Steve Martin non ha cercato di essere realistico, e l’idea è stata vincente. Charlie, Roxanne e Chris, accompagnati da tutta la cittadina di Nelson, sono credibili perché appartengono a quel piccolo universo coerente e stravagante, condito di brillanti battute e romanticismo “rosa”, che la penna dello  sceneggiatore ha creato per raccontare questa storia. Le situazioni e i personaggi si evolvono seguendo le loro regole, con una logica ferrea, per permettere a noi, seduti in sala, di saltare a piedi pari nel mondo di questa originale e intelligente favola hollywoodiana, e sognare ancora.

Una piccola nota.

Colgo l’occasione per raccontare la mia esperienza con Cyrano. Ho letto il dramma a quindici anni, l’ho letto e riletto così bene che quando andai a vederlo a teatro, recitato dal grandissimo Jean Marais (abitavo in Francia all’epoca) mi accorsi che aveva sbagliato un paio di parole recitando la tirata dei “No grazie”. Lo spettacolo fu bellissimo e Cyrano, come scritto dall’autore, nella morte si portò solo il suo pennacchio. Trovata per me geniale di Rostand, e perfettamente coerente col personaggio.

Ho rivisto tre volte il Cyrano in Italia, ed erano delle produzioni di qualità, anche se certo, tradotto il dramma perde parte della sua bellezza linguistica (è un’opera in versi). Con mio sommo dispiacere questi tre Cyrano morivano portandosi… portandosi… …  niente di niente! Il regista aveva eliminato la battuta finale!

Una volta mi è stato spiegato che in questa maniera si era umanizzato Cyrano. Ma io vi domando: un personaggio simile ha bisogno di essere umano? E basta togliergli il pennacchio per farlo diventare più “vero”?

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E ORA DOVE ANDIAMO? recensione di CLAUDIA MARINELLI

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Regia: Nadine Labaki
Sceneggiatura: Jihad Hojeily, Rodney Al Haddad, Nadine Labaki
Musica: Khaled Mouzanar
Montaggio: Vèronique Lange
Fotografia: Christophe Offestein
Interpreti: Nadine Labaki, Claudia Mswabaa, Leyla Fouad, Antoinette El-Noufaily, Kevin Abboud, Julian Farhat, Yvonne Maalouf, Haidar Ali
Genere: commedia/drammatico/musical
Produzione: Francia /libano
Durata: 110 minuti

 

Un emozionante prologo in versi recitato da una struggente voce fuori campo, sul sottofondo di una musica etnica, apre questo intenso lungometraggio della regista libanese Nadine Labaki come una tragedia classica. Si annuncia la storia che verrà sulle immagini di un paesino perso nella natura brulla e assolata, dove una moschea e una chiesa si dividono la stessa piazza. Tutto intorno  campi minati e filo spinato. Sopraggiunge un coro di donne che procede lento al ritmo della musica. La voce tace per lasciare spazio alla danza macabra. Alcune donne portano il velo altre hanno la testa scoperta, ma tutte vestono di nero e tutte battono al petto le foto dei loro cari. Arrivate ai cimiteri si dividono: le mussulmane entrano nel cimitero mussulmano, le cristiane dall’altro lato della strada.

La premessa è altamente drammatica, ma la storia non sarà tragica.

Con la maestria di un funambolo la regista, non solo costruisce un racconto positivo, ma riesce a mescolare i generi narrativi più disparati spaziando tra dramma, commedia, farsa e musical.

            In quest’angolo di mondo e in questa particolare vicenda, le protagoniste indiscusse sono le donne. Non sono perfette, ma sanno superare gelosie e invidie  per lottare unite contro la violenza tra gli uomini. Forse hanno studiato Machiavelli perché non esitano a convincere prete e imam a collaborare con loro. Il “fine” in questo film è la convivenza pacifica tra esseri umani di religione diversa, i “mezzi” molteplici, fantasiosi e alle volte esilaranti come rompere l’unica televisione funzionante, bruciare tutti i giornali, far piangere sangue la Madonna, ospitare ballerine russe per allentare la tensione e preparare un banchetto a base di hashish e barbiturici per rubare le armi agli uomini narcotizzati.  

            Nonostante tutto la tensione cresce, la violenza sembra inevitabile e la carneficina imminente ma… ancora le donne troveranno l’intelligente soluzione che non è un “deus ex machina”, bensì un’idea semplice e una proposta alla riflessione per tutti noi su che cosa  significhi essere “umani” oltre la fede.

            Girato in Libano nell’autunno 2010 e presentato al Festival di Cannes nel 2011 nella sezione “Un certain regard”,  mentre dilagava in diversi Stati del Medio Oriente la “Primavera Araba”, il film è un inno alla libera convivenza pacifica tra persone di religione diversa. Purtroppo in certe regioni del nostro globo si muore ancora invocando il nome di un Dio, ma Nadine Labaki, che ci stupisce di nuovo dopo il suo film d’esordio “Caramel” del 2008, è determinata a non accettare questa minaccia permanente capace di distruggere la società civile, e usa l’immenso potere del cinema per gridare il suo “No!” alle guerre fratricide.

            Anche se a volte il passaggio da un registro narrativo all’altro (tragedia -dramma – commedia – musical) non avviene in perfetta scioltezza, il merito della regista, che ha anche collaborato alla sceneggiatura, è quello di saper tenere sempre alta la tensione dello spettatore, anche grazie alla suggestiva fotografia di Christophe Offenstein e alla musica essenziale di Kaled Mouzannar.

Buono il lavoro di approfondimento dei personaggi femminili principali:  delle temerarie “Madre Coraggio” che, ben lungi dall’arrendersi ai dolori della vita, sanno ancora ridere e beffare la stupidità umana con la loro sottile intelligenza. L’imam e il prete ci ricordano da lontano Don Camillo e Peppone. Sono divisi dalla fede, ma anche capaci di superare le differenze e collaborare per salvare i loro compaesani dalla violenza.

Un opera lodevole in cui la regista è riuscita a evitare qualsiasi strumentalizzazione politica o ideologica, per confezionare un film che somiglia tanto a una favola “filosofica”, ma che potrebbe in fondo essere anche vicino alla realtà, se solo gli uomini e le donne riuscissero a vedersi oltre la “cornice” dell’appartenenza religiosa o etnica. 

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JUMANJI – recensione di CLAUDIA MARINELLI

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Regia: Joe Johnston
Soggetto: Greg Taylor, Jim Strain, Chris Van Allsburg – tratto dal romanzo di Chris Van Allsburg
Sceneggiatura: Jonathan Hensleigh, Greg Taylor, Jim Strain
Montaggio: Robert Dalva
Scenografia: Cynthia T. Lewis
Fotografia: Thomas Ackerman
Musica: James Horner
Genere: Commedia – fantastico
Cast: Robin Williams, Bonnie Hunt, Kirsten Dunst, Bradley Pierce, Bebe Neuwirth, Jonathan Hyde, David Alan Grier
Produzione: U.S.A. 1995
Durata: 100 minuti
 

Chi non si è, almeno una volta nella vita, sentito così coinvolto da un gioco da dimenticare il mondo che lo circonda fino alla fine della partita? Ebbene è quello che capita ai giocatori di questo divertentissimo film: quando cominciano a giocare a Jumanji, non possono più smettere!

 1869 New Hampshire: due bambini sotterrano un  baule in mezzo a una foresta, sembrano molto spaventati.

1969: l’adolescente Alan Parrish (Adam Hann-Byrn), figlio dell’imprenditore Sam Parrish (Jonathan Hyde),  percorre le stradine della sua città in bicicletta,  quando viene attaccato da una banda di bulli e si rifugia nella fabbrica di scarpe del padre. Il padre però gli consiglia di non scappare di fronte ai problemi e così Alan esce allo coperto e  si batte contro cinque ragazzini, avendo la peggio. I bulli scappano, lui si rialza e viene attratto da uno strano rullo di tamburi proveniente dal cantiere aperto vicino alla fabbrica. Scavando un po’ nel terreno trova  il baule sotterrato cento anni prima all’interno del quale c’è quello che sembra un gioco da tavola chiamato Jumanji.

Alan torna a casa e quella stessa sera ha un’accesa discussione con suo padre che lo vorrebbe mandare  a studiare in collegio. I genitori escono e Alan si appresta a fuggire quando la sua amica Sarah Whittle (Laura Bell Bundy) suona alla porta. In quel momento il gioco li chiama con uno strano rullio di tamburi e i due ragazzi non possono fare a meno di cominciare a giocare. Ma Junanji non è un semplice gioco da tavola, ambientato nella jungla, è “Un gioco che vuol trasportar chi questo mondo vuole lasciar”. Al primo lancio di dadi di Sarah, appaiono degli strani pipistrelli, quando Alan lancia i dadi, viene magicamente risucchiato dal gioco e solo il lancio di un cinque o un otto dei dadi lo potrà fare uscire. Ma Sarah terrorizzata dalla scomparsa dell’amico, scappa via.

1995: sono passati 26 anni e la bellissima casa di Alan è ormai quasi in rovina, viene affittata da Nora (Bebe Neuwirth) e i suoi nipotini orfani Judy (Kirsten Dunst) e Peter  (Bradley Pierce). Nora vuole trasformare la casa in un albergo. Da quando i genitori dei bambini sono morti in un incidente stradale, Peter ha smesso di parlare e Judy s’inventa una incredibile quantità di fandonie sui suoi genitori. Ben presto i bambini scoprono che in città si vocifera che Sam Parrish abbia ammazzato il figlio Alan e poi abbia nascosto il corpo fatto a pezzi nella casa. Un notte i bambini sentono lo strano rullio di tamburi provenire dalla soffitta e la mattina seguente riescono a rimanere a casa quando la zia Nora esce. Trovano Jumanji e anche loro, non possono fare a meno di entrare a far parte del gioco cominciato da Alan e Sarah ventisei anni prima. Ecco che al primo lancio di dadi appaiono degli insetti minacciosi, poi delle scimmie dispettosissime, e quando Peter tirerà i dadi si materializzerà dal nulla un leone e un uomo adulto che sembra un uomo delle caverne uscito dalla  giungla. Si tratta di Alan adulto (Robin Williams) che è ritornato alla realtà. Dopo un primo momento di felicità e stupore per essere tornato a casa, Alan capisce che la sua scomparsa è stata una tragedia per i suoi genitori, ormai morti e che la fabbrica di scarpe è andata in rovina. Ma, se si finisce il gioco tutto sparirà e i bambini desiderano il ritorno alla normalità e convincono Alan a continuare a giocare. Ma il gioco non può andare avanti senza  Sarah (Bonnie Hunt) che i tre ritrovano ormai donna adulta. Sarah ha passato i ventisei anni tra un’analista e l’altro a convincersi che il gioco non è mai esistito ed è diventata una  sensitiva.  Sarah naturalmente non vuole giocare, ma Alan le tende un tranello ed ecco che i quattro si ritrovano a dover combattere contro piante carnivore, orde di rinoceronti e coccodrilli, monsoni e il cacciatore Van Pelt, che somiglia molto a Sam Parrish (e difatti è interpretato dallo stesso attore)  che vuole a tutti i costi ammazzare Alan.  Tutta la cittadina è scombussolata dalle apparizioni assurde di animali feroci e piogge torrenziali, ma i quattro giocatori continuano a lanciare i dadi per finire il gioco e far sparire tutto. Infine è Alan a lanciare per primo i dadi che faranno raggiungere la pedina al traguardo, proprio mentre Van Pelt  gli sta sparando. Ma Alan ha vinto la partita. Magicamente tutto il mondo di Jumanji viene risucchiato nel gioco e ritroviamo Alan e Sarah bambini, abbracciati in casa di Alan come se niente fosse successo. In quel momento Sam Parrish ritorna a casa perché aveva dimenticato qualcosa e il bambino gli va incontro felice di abbracciarlo. Sam è commosso e padre e figlio si scusano a vicenda.  Sarah e Alan buttano il gioco in un fiume. Ci ritroviamo poi alla festa di Natale di Alan e Sarah cresciuti, si sono sposati e aspettano un bambino. Ecco arrivare Peter e Judy con i loro genitori, perché il papà dei bambini lavorerà per la fabbrica di scarpe di Alan che lui adesso dirige, ma capiamo che i bambini non hanno mai vissuto le avventure di Jumanji, mentre Sarah e Alan li ricordano benissimo.            Infine vediamo la scatola del gioco per metà seppellita su di una spiaggia, il rullio di tamburi sta attirando due bambine che parlano francese.

 

Jumanji appare dunque come un film d’intrattenimento puro, il divertimento è garantito per grandi e piccini.

La sceneggiatura non ha buchi e lo spettatore  viene completamente risucchiato nel mondo fantastico del film  e partecipa alle avventure dei suoi personaggi con una facilità che solo il buon cinema può offrire.

            Ma non crediate che questo film sia poi così “leggero”! Ad un’analisi un po’ più approfondita, rivela tematiche importanti così bene “amalgamate”  alla storia delle avventure dei personaggi che quasi non ci accorgiamo della loro esistenza, in quanto anche noi spettatori rimaniamo incollati allo schermo fino alla soluzione di tutta la vicenda, ridendo e parteggiando per i “nostri” personaggi e immedesimandoci in loro.

            Ma non è questo ciò che accade ai giocatori incalliti?  Non rimangono intrappolati nel gioco tanto da dimenticare il mondo che li circonda? E da dove viene questa forza che impedisce loro di fermarsi? La dipendenza dal gioco si chiama ludopatia e le sue cause sono molteplici, ma studi di psicologia hanno appurato che le persone che hanno problemi famigliari e frustrazioni sociali, proprio come il nostro piccolo Alan, sono più vulnerabili di altre. Alan viene attaccato dai suoi compagni, si batte e perde, suo padre lo loda per il suo coraggio ma vuole mandarlo in collegio, vuole dargli la stessa educazione che lui ha avuto, Alan invece vuole rimanere a casa sua, non vuole uscire di casa e crescere, non riesce a parlare con suo padre, ma solo a litigarci. E progetta una fuga, ma il gioco l’attrae di più. Fuggire in fondo è molto difficile, giocare invece molto meno, anche perché Sarah è con lui. La stessa cosa accade a Judy e Peter, orfani e tristi,  hanno perso la loro famiglia e anche se la zia sembra  un’ottima persona, entrambi si comportano in modo starno: Judy s’inventa un mare di bugie sui suoi genitori, mentre Peter fa finta di essere diventato muto. Entrambi gli atteggiamenti sono infantili, i bambini non vogliono accettare la realtà, sono depressi probabilmente, sicuramente addolorati. Ed ecco che  anche loro sentono il rullio dei tamburi. La zia Nora non li sente, la mamma di Alan neanche.

            E come tutti i giocatori che non riescono a smettere di giocare, rischieranno di perdere tutto; gli affetti, la sicurezza di un tetto, la casa, il mondo che li circonda, perfino la vita.

            Che cosa li salva?

            Il sapere che se uno di loro vincerà la partita, tutto il mondo di Jumanji sparirà e la vita riprenderà da dove è stata interrotta. Uno solo deve vincere, e la lotta comune per la vincita di uno dei giocatori, è importante, e rompe le regole tradizionali del gioco: i giocatori si sono resi conto del pericolo e lottano insieme per vincere il gioco. Lottano per vincere la dipendenza dal gioco. Noi spettatori parteggiamo sempre per i quattro giocatori, che vediamo come “vittime” del gioco, e questo sottile messaggio permette il lieto fine. La colpa dei giocatori è stata solo quella di cominciare a giocare un gioco che non conoscevano e mai si sarebbero immaginati potesse essere pericoloso.

            Tre giocatori su quattro, non sappiamo infatti se Sarah abbia problemi famigliari, lei è un’amica di Alan e gli vuole bene, rifiutano di fatto di crescere, e le avventure del gioco permetterà loro di “cambiare” di decidere di diventare più maturi, di apprezzare gli affetti e  ciò che la vita può offrire di bello.  Infatti quando Alan finalmente vince il gioco e ritorna bambino, nel momento in cui suo padre rientra in casa lui lo abbraccia, e gli parla. E’ dunque cresciuto, ha imparato che di fronte i problemi non ci si può chiudere a riccio e il sapersi esprimere e trovare il dialogo con i genitori porta alla soluzione. Anche Sam Parrish è commosso dall’atteggiamento del figlio, anche lui cambia perché l’atteggiamento del bambino è cambiato.

            Il film è stato acclamato alla sua uscita per gli innumerevoli effetti speciali, che oggi saranno anche “superati” ma che  ci emozionano e stupiscono ancora, primo tra tutti l’orda di rinoceronti, elefanti e altre bestie feroci che vediamo  uscire dalla libreria della casa di Alan.

            Vi sono battute e situazioni veramente esilaranti, come il materializzarsi delle scimmie più dispettose che si possa immaginare, capaci di rubare la macchina al poliziotto,  guidare una motocicletta  e anche mimare le scimmie alate del Mago di Oz che vedono in televisione. E che dire del leone predatore che vuole assalire e mangiarsi i bambini, ma che intrappolato in una stanza da Alan cresciuto, si spaparacchia sul letto per fare un riposino?

            Le interpretazioni degli attori sono all’altezza dei loro ruoli, Robin Williams   è perfetto nell’interpretare il bambino cresciuto uscito dalla giungla, e poi l’uomo adulto che è diventato quando scopre che i suoi genitori sono morti di crepacuore per la sua scomparsa. Bonnie Hunt, perfetta nella parte di  Sarah adulta che interpretare la medium – sensitiva, con anni di psicoterapia alle spalle, è la giusta partner per l’Alan  esuberante e determinato. Anche lei da paurosa e indecisa piano piano, a causa di tutto ciò che avviene nel film, diventa di supporto a tutti e difende il ragazzino scomparso fino ad interporosi tra la pallottola di Van Pelt e Alan. Bravissima anche la piccola Kristen Dunst che all’epoca aveva solo 13 anni e che poi farà un’interessante carriera, e il piccolo Bradley Pierce.

Insomma un film da vedere e rivedere, per divertirsi, per riflettere, e soprattutto per passare due ore nel mondo magico che solo il cinema sa creare!

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MATCH POINT recensione di CLAUDIA MARINELLI

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Regia : Woody Allen
Soggetto e sceneggiatura: Woody Allen
Scenografia: Jim Clay
Fotografia: Remi Adefarasin
Montaggio: Alisa Lepselter
Costumi: Jill Taylor
Cast: Scarlett Johansson, Jonathan Rhys- Mayers, Emily Mortimer, Matthew Goode, Brian Cox, Penelope Wilton
Produzione: U.S.A. – G.B.
Durata 124 minuti

Con “Match Point” Woody Allen ci propone un film alla volta diverso e simile ai lunghi metraggi prodotti fino ad ora.

         Chris (Johnathan Rhys –Mayers), ex giocatore professionista di tennis, viene assunto come istruttore in un prestigioso club londoniano dove conosce il ricco Tom Hewett (Matthew Goode) con il quale stringe presto amicizia. Tom lo introduce presso la sua famiglia e Chris interesserà subito sentimentalmente la sorella di Tom: Chloe (Emily Mortimer).

Comincia così l’ascesa di Chris, bello intelligente e affascinante, nel mondo dell’alta società londinese: stupende case di campagna, salotti arredati con mobili d’epoca, macchine prestigiose, donne vestite in modo sobrio ma elegantissimo e uomini impeccabili. Il mondo che Chris aveva sempre sognato di conquistare ma al quale non avrebbe potuto accedere con il successo sportivo. Perché Chris è fondamentalmente più arrivista che ambizioso e, anche se niente ci è rivelato della sua infanzia presumibilmente povera, capiamo che ambisce ad una vita agiata e ricca di privilegi. Verrà così assunto nella società del suocero dove farà una  rapida e brillante carriera. Ma Chris non è solo un freddo calcolatore: c’è un lato passionale in lui, sconosciuto a Chloe e incontrollabile per il personaggio stesso.

E’ l’incontro con Nola (Scarlett Johansson), fidanzata di Tom, aspirante attrice senza successo e senza simpatie nella famiglia del fidanzato, che scatena le sue passioni. E, anche se all’inizio Nola sembra  respingerlo,  Chris  la insegue e i due finiscono per andare  a letto insieme una volta prima del matrimonio di Chris con Chloe. Tom e Nola si lasciano poco dopo e Nola sparisce per un po’. Riappare quando Chris e Chloe si sono sposati e la passione si riaccende. Per questa passione prorompente Chris rischia di mettere a repentaglio tutto ciò che ha guadagnato: la sua vita agiata, i suoi privilegi, la serenità della vita familiare.

 Messo alle strette da Nola, che minaccia di svelare la relazione a Chloe, opta per una soluzione estrema. Egli ammazza prima l’anziana vicina di casa di Nola e la rapina, per depistare le indagini, poi uccide Nola e il bimbo che porta in grembo.

La storia però non finisce come il noto romanzo di Dostoevskij, “Delitto e castigo”, che il protagonista legge all’inizio del film: il colpevole non è punito. Chris è un uomo fortunato: quando getta i gioielli rapinati nel Tamigi, la fede dell’anziana signora assassinata rimbalza sulla ringhiera e cade sul marciapiede e verrà trovata nella tasca di un drogato colpevole di rapina a mano armata. La polizia, che aveva dei seri sospetti sull’innocenza di Chris,  dovrà interrompere le indagini. Il protagonista continua a vivere la sua vita agiata e “fortunata”, forse avrà di tanto in tanto qualche rimorso, e forse non sarà mai del tutto felice, ma non è in fondo che un piccolo prezzo da pagare per l’odioso crimine che ha commesso.

        

          “Match Point” è un film diverso da tutti i film precedenti di Woody Allen per l’ambientazione, è totalmente girato a Londra, e per il suo genere drammatico – thriller con pochissime battute sarcastiche  e comiche. È però anche un film simile a molti altri dello stesso regista per gli interrogativi posti e la risposta chiara data.

         Diversamente che in “Delitti e misfatti” qui Woody Allen non dà un giudizio morale sul protagonista e non si pone il problema del rimorso, simbolizzato nel film del 1989, dall’occhio di Dio che guarda i personaggi colpevoli. Il problema di sapere se Chris si senta o si debba sentire colpevole, non è di fatto affrontato, perché il regista ha voluto affermare l’importanza della fortuna nella vita degli uomini. Come la palla da tennis che all’inizio del film rimbalza sulla rete e dal suo cadere da una parte o dall’altra del campo determina la vincita o la perdita di una partita, così il successo o l’insuccesso degli uomini dipende da meri colpi di fortuna. Il non voler ammettere questa realtà significa non volere ammettere che molto nella nostra vita dipenda da eventi fortuiti e totalmente incontrollabili.

         Si tratta naturalmente dell’opinione del regista che l’illustra con una trama  ben costruita ma non priva di “forzature”. Siamo in un film e ogni scena, ogni parola deve poter portare la storia ad una conclusione verosimile, ma una trama convince lo spettatore quando gli eventi raccontati sono pienamente plausibili e in “Match Point” gli eventi si piegano troppo facilmente alla volontà di affermare l’assioma di fondo dello sceneggiatore regista.

Chris è un uomo fortunato: è nato bello e intelligente. Il suo fascino gli apre le porte del mondo che ambisce, ma questo mondo gli cade troppo in fretta ai piedi. La sua ascesa è rapida e senza intoppi, l’alta società londinese è accogliente con gli arrivisti proprio come quella americana. Il ritrovamento della fede rapinata nel posto sbagliato scagiona il protagonista dall’accusa di omicidio, ma quale polizia oggigiorno ometterebbe di fare l’autopsia alle vittime di un omicidio? Quale polizia non farebbe il test del DNA su di un feto per scoprirne  la paternità? Non cercherebbe il fucile da caccia con il quale Chris ha ucciso? Quale scientifica non indagherebbe sulla provenienza dei proiettili?

         Woody Allen non ha voluto porsi questi problemi “pratici”, anzi li ha omessi volutamente per poter affermare che nella vita  la fortuna gioca un ruolo predominante. E se molto nella vita dipende da eventi “fortunati” in quale misura l’uomo è responsabile del suo successo o del suo insuccesso? Praticamente in misura irrisoria.

         L’opinione naturalmente è quella di Woody Allen ma, proprio perché quest’opinione non è supportata da “prove” convincenti, rimane una mera opinione affermata e non dimostrata, di conseguenza il film sembra più essere stato fatto per affermare l’idea di base del regista che non per convincere lo spettatore.

 

“Match Point” è un film comunque da consigliare: bravi gli attori, bella la scenografia, intelligenti i dialoghi, magistrale la regia, ma proprio perché Woody ha smesso di porre domande e ha voluto affermare, e non semplicemente suggerire, la sua opinione personale, il film risulta, a mio avviso, meno riuscito dei suoi “classici” come ad esempio “Crimini e Misfatti”, “Tutti dicono I  love you” o ancora i deliziosi “La rosa purpurea del Cairo” e “Pallottole su Broadway”.

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PALLOTTOLE SU BROADWAY – recensione di Claudia Marinelli

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Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen, Douglas McGrath
Scenografia: Santo Loquasto
Montaggio: Susan E. Morse
Costumi: Jeffrey Kurland
Fotografia: Carlo di Palma
Cast: John Cusack, Jack Warden, Chazz Palminteri, Jennifer Tilly, Rob Reiner, Marie Luoise Parker, Diane Wiest, Harvey Fierstein, Tracey Ullman
Produzione: U.S.A. 1994
Oscar: Diane Wiest come migliore attrice non protagonista
Nomination: Chazz Palminteri e Jennifer Tilly come migliori attori non protagonisti
                     Woody Allen e Douglas McGrath per la sceneggiatura.
 

Il mondo dei gangster, dei mafiosi senza scrupoli, delle ballerine di locali notturni e del teatro serio di Broadway si amalgamano brillantemente in questa commedia gustosa e avvincente ambientata a New York durante i ruggenti anni ’20.

David Shayne (John Cusack), un giovane idealista laureato in drammaturgia presso una prestigiosa Università degli Stati Uniti, ha scritto un dramma che non riesce a far rappresentare fino a quando, il produttore Julian Marx (Jack Warden), trova i fondi per la messa in scena: il gangster Nick Valenti finanzierà il tutto a condizione che Olive Neal (la bravissima Jennifer Tilly), la sua ragazza, reciti nel ruolo chiave della psichiatra. Ma Olive, ballerina di cabaret con velleità di attrice, è un’ochetta mantenuta con un cervello di gallina che non potrebbe mai neanche far finta di fare l’attrice o la psichiatra!

Dopo aver accettato questo primo compromesso, David non riesce più a respingere le numerose seduzioni del mondo del teatro di Broadway. Trascura la sua ragazza Elaine, si adatta ai capricci degli attori  e adatta il suo manoscritto, prima alle esigenze di Helen Sinclair (Diane Wiest) attrice di fama internazionale che vuol far diventare il suo personaggio più vivo e appariscente, poi a quelle di Warner Purcel, attore protagonista con gravi problemi nutrizionali  e, infine, a quelle della guardia del corpo di Olive, il gangster Cheech (Chazz Palminteri).

Cheech, con un incredibile intuito, riesce più volte a sbloccare il testo di David che risulta ostico e poco rappresentabile sulla scena. Egli suggerisce dei ritocchi alla storia e al linguaggio, in un primo momento, poi delle vere e proprie trasformazioni della trama del dramma per finire col riscrivere, quasi completamente, il testo originale del giovane scrittore di nascosto dagli attori. Cheech non sembra interessato a rivendicare il merito del suo lavoro, lascia che David ne riceva tutte le lodi.

La commedia viene rappresentata e, malgrado l’interpretazione più che mediocre di Olive, è un successone. Tutto il mondo della letteratura e del teatro  acclama David come un nuovo e interessantissimo drammaturgo! David non smentisce, ma Cheech, che ora sa di aver prodotto un’opera d’arte, non tollera più che una mediocre attricetta come Olive rovini il suo lavoro e… non trova di meglio che ucciderla per liberarsene!  Scoperto da Nick Valenti, anche Cheech verrà inseguito e ammazzato con due colpi di pistola, nelle quinte del teatro dove si sta rappresentando il suo dramma, e spirerà nelle braccia di David regalandogli un’ultima geniale battuta da aggiungere al testo. David si rende conto, allora, di non essere un artista; va a ricercare la sua amata ragazza, le chiede di sposarlo e decide di tornare nella sua città natale per diventare un professore.

Il film è una commedia vivace la cui storia procede senza momenti morti, grazie ai brillanti dialoghi, avvalorati dalla deliziosa fotografia di Carlo Di Palma, dalle simpatiche musiche anni ’20, e dai divertenti colpi di scena.

Ma i film di Woody Allen non sono mai solo e soltanto puro divertimento; che egli ci faccia ridere ridicolizzando le dittature, il sesso, lo sport, l’amore o le nevrosi di una parte degli americani, insinua sempre nello spettatore delle domande. Questo film non è diverso dagli altri.

David è colto, ha studiato drammaturgia, si è laureato a pieni voti, parla e scrive in modo erudito e poetico, ha dunque tutti i requisiti per essere un bravo drammaturgo, ma il suo dramma in scena “non regge”, è noioso, i dialoghi sono troppo ricercati, le situazioni contraddittorie e inverosimili, un brutto lavoro insomma.

Cheech è un gangster, ha forse fatto la quinta elementare, si esprime male, non ha probabilmente mai letto un libro di letteratura, non conosce le “buone maniere”, ma i dialoghi che riscrive al posto di David in scena “reggono”, le situazioni da lui proposte sono interessanti, accendono la curiosità dello spettatore, il dramma sul palcoscenico vive di vita propria, è bello.

Chi è l’artista allora?

E’ sufficiente aver condotto degli studi brillanti, essere colto, provare un profondo amore per una determinata arte, per poter diventare un fautore di questa stessa arte? Un’artista?

 O l’artista è colui che ha  “un qualcosa” dentro ed è capace di esprimerlo a dispetto del mondo che lo circonda e delle personali limitazioni culturali? Colui che è capace di difendere la propria opera a qualsiasi costo, e… (siamo in un film e le situazioni sono volutamente portate all’estremo) anche di morire per essa? Colui al quale fama e soldi sono indifferenti, visto che egli vivrà comunque attraverso la sua creazione?

Woody Allen sembra proprio pendere per questa seconda definizione dell’artista.

E’ giusto che un’artista “si crei il proprio universo morale” come dice ad un certo punto uno dei personaggi, a discapito della “morale comune” e dei sentimenti delle persone? Cheech per salvare la sua opera dalla mediocrità di un’interpretazione sbagliata, uccide, ma David è oppresso dai sensi di colpa quando tradisce la sua ragazza con Helen Sinclair. Cheech si è creato il suo “universo morale” per difendere la sua opera d’arte, naturalmente viene punito, ma ha avuto il coraggio di seguire una logica, una “morale” solo sua, opposta alla “morale comune”.

L’opinione è quella di Woody Allen, naturalmente, e può essere contestata, (quanti libri sono stati scritti da illustri letterati e filosofi sul problema dell’arte e della morale?). Ma lo scopo di un film, che non vuole essere soltanto divertimento fine a se stesso, non è forse quello di porre delle domande e degli spunti di riflessione? Per cui, se dopo aver visto “Pallottole su Broadway”, contestiamo, parliamo o semplicemente riflettiamo sulla natura dell’arte, significa che il film, facendoci ridere, ci ha dato molto di più di due semplici ore di divertimento.

 

 

 

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MARNIE – recensione di Claudia Marinelli

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Regia : Alfred Hitchcock
Sceneggiatura: Jay Presson Allen
Direttore della fotografia: Robert Burks,
Montaggio: George Tomasini
Costumi: Edith Head
Musica: Bernard Herrmann
Cast: Sean Connery, Tippi Hedren, Diane Baker, Martin Gabel, Louise Latham
Anno di produzione: 1964
Durata: 129 minuti

 

            Il pubblico e la critica cinematografica non gradirono “Marnie” al momento della sua uscita nelle sale ma, a distanza di quasi cinquant’anni, possiamo rivalutare questa avvincente pellicola nella quale una impeccabile Tippi Hedren  recita accanto a  Sean Connery, allora trentaquattrenne, reduce dal successo dei suoi primi due “007”.  

            L’abile cleptomane Margaret Edgar, Marnie, (Tippi Hedren) è appena scappata con il contenuto della cassaforte del suo ultimo datore di lavoro, Mr. Strutt di New York, che ha nel suo portafoglio clienti la facoltosa ditta di Mark Rutland (Sean Connery) di Philadelphia. Mark aveva notato la donna durante una visita agli uffici di Strutt.

Margaret mette al sicuro il malloppo, cambia il colore dei capelli ma, prima di cercarsi un nuovo lavoro dove mettere a segno un altro colpo, va a trovare il suo amato purosangue Florio che tiene in pensione presso una scuderia, e sua madre zoppa, che la crede segretaria di un facoltoso milionario. Tra la madre poco espansiva e la figlia esiste un muro di tensione le cui ragioni ci sono ignote, ma capiamo che Marnie, non si sente amata e scopriamo che è terrorizzata dal colore rosso e dai temporali.

            Marnie si trasferisce a Philadelphia e riesce a farsi assumere con il nome di Mary Taylor, presso la ditta di Mark Rutland, non sapendo dei rapporti tra Rutland e Strutt.  Mark è vedovo, vive nella sua lussuosa tenuta con l’anziano padre e la giovane cognata, Lil, innamorata di lui e rimasta a vivere con il cognato  anche dopo la morte della sorella. Il facoltoso uomo d’affari ha riconosciuto la ladra, ma l’ha assunta perché attratto e incuriosito  da lei.

Un sabato pomeriggio, mentre Marnie sta facendo degli straordinari nell’ufficio di Mark, scoppia un temporale che provoca nella donna un attacco di panico. Mark l’aiuta a ritrovare la calma e  la bacia. I due cominciano a vedersi e Marnie sembra attratta da Mark, pur rimanendo alquanto fredda. Quando Mark la presenta a suo padre e alla cognata, la cleptomane decide che è arrivato il momento di svaligiare la cassaforte di Rutland e di scappare.

Questa volta però Mark la trova subito e la obbliga a restituire il denaro e a sposarlo, per non andare in prigione.

Ha intuito che alla base del comportamento di Marnie c’è un trauma e la vuole aiutare, anche perché è interessato a tutte le patologie della psiche. Ma Mark non ha valutato in pieno la gravità della situazione che verrà fuori durante il viaggio di nozze: Marnie è frigida e non può neanche essere toccata dagli uomini. Il marito per qualche tempo asseconda la moglie cercando di conquistarla ma poi, in un momento di frustrazione e di rabbia, la violenta. Marnie tenta il suicidio e la coppia torna a casa prima del tempo.

            Mark per guadagnare la fiducia e l’affetto della moglie, le porta Florio, il suo amato cavallo, e visto che lei non si vuole far curare, diventa il suo analista e scopre l’esistenza della madre a Baltimora, una donna che si guadagnava da vivere facendo la puttana, e che ha ammazzato un marinaio durante una colluttazione, quando la figlia aveva cinque anni.  Dopo questo incidente la madre è rimasta zoppa.

            Il padre di Mark e Lil organizzano una festa e una caccia alla volpe per presentare Marnie “in società”. Lil di nascosto ha invitato Strutt che riconosce subito la ladra. Mentre Mark decide di convincere Strutt a ritirare la denuncia, Marnie, impegnata nella caccia alla volpe, ha un incidente, cade da cavallo e ammazza Florio. Sconvolta la donna cerca ancora di scappare, va presso gli uffici della Rutland per rubare il denaro, ma non ci riesce, viene raggiunta da Mark che la porta dalla madre a Baltimora. Sarà la scena finale e il confronto tra madre e figlia a farci scoprire, insieme alla protagonista, il grande segreto della sua infanzia: è stata lei ad ammazzare il marinaio per difendere la madre che l’uomo stava picchiando.

 Finalmente la madre non deve più nascondere la verità, abbassa le sue difese e spiega alla figlia cosa effettivamente è successo facendole capire che le ha sempre voluto bene. Non sappiamo se Marnie sia definitivamente guarita, intuiamo dei rapporti futuri  più sereni tra madre e figlia, anche se non facili, e il film si conclude con il desiderio della protagonista di stare accanto al marito.   

            Il film è tratto da un romanzo di Winston Graham   ed ha avuto una realizzazione  laboriosa. Il copione, rimaneggiato più volte da sceneggiatori diversi, prenderà la sua forma definitiva con Jay Presson Allen, una scrittrice di teatro. Hitchcock aveva chiesto a Grace Kelly di recitare la parte di Marnie, e l’allora principessa di Monaco aveva dapprima accettato per poi rifiutare qualche mese dopo. La parte fu dunque data a Tippi Hedren, che aveva già recitato ne “Gli uccelli” l’anno precedente. La pellicola viene anche considerata l’ultimo film della “età d’oro” di Hitchcock e segna la fine delle storiche collaborazioni con George Tomasini, Robert Burks e Bernard Herrmann.

            Nonostante le critiche spietate che accolsero il film nel 1964, ancora oggi la pellicola ci emoziona e ci tiene incollati allo schermo  per più di due ore. Forse si tratta proprio di magia la capacità del regista di coinvolgere lo spettatore nelle vicende della protagonista, al punto di farci desiderare la sua “salvezza” fin dall’inizio, anche se sappiamo che si tratta di una ladra. Chi è questa donna così bella ed elegante? È impeccabile, eppure è fragile. È una ladra ma è anche una vittima. Ma una vittima di che cosa? Che cosa le è capitato per avere una così profonda repulsione per gli uomini? Sembra attratta da Mark, eppure vuole scappare da lui.

            Marnie è un  film complesso e intenso, come la sua protagonista, che vuole indagare sul problema dei traumi infantili e le loro conseguenze sulla vita di chi li subisce. È anche un film che indaga sui  rapporti  madre – figlia e uomo – donna, che rimangono instabili e angoscianti per tutto il film.

Marnie vuole l’amore di sua madre. Come una bambina desiderosa di piacere porta a quest’ultima regali costosi, le invia dei soldi, vuole apparire come il modello di donna “decente”, frigida e impeccabile che la madre le ha dato, ma tutti i suoi sforzi risultano vani, perché sua madre neanche riesce a toccarla. Il suo amore frustrato allora si tramuta in odio e Marnie sfoga la sua rabbia provocando una reazione violenta nella madre che la tocca solo per darle uno schiaffo. Ma questa madre zoppa,  così fredda all’apparenza, ha anche lei un atteggiamento ambivalente: quando la figlia si ripresenta a casa, immaginiamo dopo un periodo di tempo abbastanza lungo, sembra sinceramene felice di vederla, dapprima la loda per “non avere bisogno degli uomini” e poi la critica ferocemente per il colore troppo chiaro dei suoi capelli che serve solo a “dare la caccia agli uomini”. Si erge così un muro d’incomprensione e risentimento tra le due donne impossibile da scalfire, e dovremo aspettare la scena finale per capire le ragioni di questa costruzione tanto assurda quanto inquietante. Lo spettatore rimane coinvolto, incuriosito e affascinato dai due infelici personaggi femminili, non riesce a giudicarle, prova inquietudine e desidera scoprire quel “qualcosa” di importante che appartiene presumibilmente al passato e che è il responsabile dei loro comportamenti.

I rapporti di Marnie con gli uomini sono anche loro ambigui. Questa donna sembra aver capito alla perfezione come usare la sua bellezza, come muoversi a “piccoli gesti” (si tira la gonna  verso le ginocchia quando si sente osservata ad esempio) per stimolare le fantasie sessuali nel sesso opposto. Si guadagna la fiducia sul posto di lavoro rimanendo riservata e lavorando in modo ineccepibile per poi rubare con più facilità. Eppure intuiamo sin dall’inizio che Marnie non è solo una semplice furbissima ladra. Forse percepiamo che dietro al sorriso di convenienza stampato sul viso della protagonista ci sia “dell’altro”, o forse il personaggio derubato Strutt, che la descrive all’inizio del film, ci rimane da subito antipatico, o ancora l’amore di Marnie per il suo cavallo ci rende accondiscendenti, sicuramente affascinati.  Fatto sta che quando  Marnie incontra Mark desideriamo che s’innamori, e  durante la scena del furto da Rutland rimaniamo dalla sua parte, non vogliamo che venga scoperta anche se sta commettendo un crimine.

Mark, interpretato da un bravissimo Sean Connery, è un uomo solido e sicuro ma anche eccentrico, forse feticista. Si innamora della ladra perché è ladra, perché rappresenta un tipo di donna fuori dal comune che lui deve “domare” più che dominare, perché sia contraccambiato il suo amore e la sua passione. E Marnie lo capisce benissimo. Infatti quando Mark dichiara il suo amore la protagonista risponde: “Tu non sei innamorato di me, sono qualcosa che hai catturato, un specie di animale che hai intrappolato.”

Ma ad un’analisi più approfondita dei gesti della protagonista,  Marnie non è poi una frigida irrecuperabile. Anche lei è attratta da Mark, lo capiamo ad esempio dall’espressione del volto che ha perso il sorriso “stampato” quando lavora nell’ufficio di Mark, da come si lascia baciare dopo l’attacco di panico, che ha demolito tutte le sue “difese” e da come, realizzato che Mark si sta innamorando di lei, e che lei prova attrazione per l’uomo, decida in tutta fretta di derubarlo e di scappare. Per la prima volta nella sua vita, a dispetto di se stessa, un uomo è riuscito a scalfire  l’imponente muro di protezione che lei stessa aveva fabbricato. Infatti quando Mark la trova e la riporta a Philadelphia, lei gli spiega la sua fuga così: “Avevo bisogno di scappare, scappare da Rutland,  non lo capisci? Le cose erano… noi eravamo…”, a significare che i due si stavano innamorando. Poi aggiunge: “Dovevo andarmene prima di farmi del male.”  Ma purtroppo questa iniziale attrazione viene risucchiata dai problemi più profondi della protagonista e si dovrà aspettare la rivelazione finale perché la donna infine riesca, si spera, ad avere rapporti più sereni con suo marito.

Il film viene classificato tra i “classici” di Hitchcock. Lo spettatore è sempre coinvolto nelle vicende dei personaggi grazie ai numerosissimi primi piani e ai movimenti della cinepresa che annunciano con sapienza l’imminente avvenimento drammatico. Uno dei migliori esempi è l’entrata in scena di Strutt durante la festa, annunciata solo con i movimenti della cinepresa. Strutt riconoscerà Marnie, aumentando ulteriormente la tensione nel film e accelerando l’arrivo del punto culminante della storia.  Il regista inquadra l’ampio ingresso dall’alto, con gli invitati che Lil accoglie sorridendo, e poi si avvicina lento e inesorabile, alla porta d’ingresso. Lo spettatore intuisce subito che da quella porta entrerà qualcuno di importante per la storia e riconosce poi all’istante l’antipatico personaggio dell’inizio del film in un conseguente primo piano. Altra scena memorabile è quella del furto, che si svolge nel totale silenzio. La scena è divisa in due dal muro basso  che divide la stanza della cassaforte dalla stanza degli impiegati. Mentre Marnie, sulla parte destra dello schermo,  apre la cassaforte e prende i soldi, entra sulla sinistra dello schermo la donna delle pulizie che lava il pavimento con la schiena rivolta al pubblico.  Marnie la vede solo alla fine, mentre sta per scappare. Per non fare rumore si toglie le scarpe e le infila nella tasca del cappotto, scappa in punta di piedi, ma la telecamera si concentra sulla scarpa che sta uscendo dalla tasca. Tutti sappiamo che quella scarpa cadrà a terra e farà rumore, eppure desideriamo ardentemente che ciò non accada rimanendo col fiato sospeso. E sospiriamo di stupore e di sollievo con la protagonista quando, caduta la scarpa, la donna delle pulizie non si gira perché è sorda. Penso che Hitchcock, nel programmare la scena, si sia divertito a sorprendere lo spettatore.

La sceneggiatura è anche molto particolare per delle “incongruenze” di trama che, in modo sorprendente, non disturbano la narrazione e non tolgono credibilità alla storia o ai personaggi. Questo film a mio avviso proprio per questa particolarità, è un “piccolo gioiello”.

Mark violenta Marnie. Eppure lo spettatore non riesce a vedere Mark come una persona ripugnante. Come può su di un grande schermo, un atto così terribile essere tollerato  dal pubblico? Eppure è una donna malata che viene stuprata. Perché lo spettatore non riesce a  provare indignazione? Perché non riesce a condannare il personaggio maschile? Come può un personaggio redimersi da un atto così brutto? Che cosa succede nella mente degli spettatori mentre la scena si dipana davanti ai loro occhi? Avviene secondo me un “piccolo miracolo” per metà dovuto alla regia e per metà al carisma e alla bravura di Sean Connery. Marnie strilla brevemente quando capisce che cosa succederà. Mark arrabbiato spoglia Marnie con violenza, la donna rimane in piedi, nuda, muta e pietrificata davanti al marito. L’inquadratura centra Mark la cui espressione del viso si addolcisce. Il personaggio espira, c’è rimpianto nei suoi occhi, ma c’è anche una forza inesorabile che non può combattere. Mark  si scusa stringendo le mascelle, parte il tema musicale in sottofondo mentre l’uomo si toglie la vestaglia e copre la moglie, ancora immobile e nuda davanti al marito. La telecamera si avvicina, l’uomo carezza i capelli biondi della donna e avvicina il suo viso a quello di lei, la bacia sulla tempia, la stringe e, anche se il profilo di Marnie sta in primo piano, e vediamo solo parte della guancia e di un occhio di Mark, sentiamo che lui la stringe con impeto, passione e dolcezza. La telecamera si sposta adesso e riprende la coppia sempre da vicino ma dall’alto e, mentre la musica diventa più forte, la cinepresa cambia angolatura, per riprendere i personaggi di profilo, si avvicina ancora mentre il volume della musica cresce. Mark bacia l’attaccatura del naso e poi la fronte della moglie, chiude gli occhi in una mossa tanto delicata quanto appassionata ed infine cerca la bocca della donna. Mentre la musica si fa più pressante ecco che  abbiamo un primo piano di Marnie inespressiva che  si adagia sul letto, e poi un primissimo piano degli occhi di Mark, carichi di desiderio e di passione. La telecamera infine si sposta per riprendere le tende scure mentre la musica diventa sempre più alta e più inquietante.

Ma si trattava di stupro? E come non essere attratti da quest’uomo che sì ha usato la violenza all’inizio, ma che freme di passione e di amore?  La sapiente regia che sposta la telecamera nel momento in cui avviene un cambiamento nell’espressione dei personaggi, che si avvicina per cogliere i minimi gesti è magnificamente supportata dall’interpretazione di Sean Connery, prima arrabbiato, poi dispiaciuto, poi inesorabilmente vittima della sua attrazione per la donna che ama e che cerca di coinvolgere con dei gesti lenti e impetuosi, pieni di passione e di carica sessuale. Il personaggio si redime perché ha amato, ha violentato perché non ha saputo resistere alla bellezza della moglie, ha ceduto all’impulso primario ma ha anche cercato un modo per raggiungere la moglie, coinvolgerla e salvarla. E lo spettatore nei pochi minuti in cui è testimone dell’atto efferato, capisce e perdona.

In questo film il personaggio del marito funge anche da analista psichiatra. E, benché lo spettatore venga informato molto presto nella storia che Mark ha uno spiccato interesse per la zoologia e la psicologia, sembrerebbe alquanto inverosimile che un marito riesca ad aiutare una moglie con problemi così gravi come quelli di Marnie. Nel primo copione sembra ci sia stato il personaggio dello psichiatra  che poi venne eliminato durante l’ultima stesura.  Ma nel mondo del cinema, con una sceneggiatura accorta, una regia magistrale e l’interpretazione di Sean Connery e di Tippi Hedren, mai sopra le righe,  tutto diventa non solo possibile, ma anche avvincente. Piano, piano Mark riesce a conquistare la fiducia della moglie, portandole Florio, il suo cavallo, rassicurandola, proteggendola e affermando che non permetterà che vada in prigione. Il marito ammira questa moglie e la sua attrazione  per lei è palpabile durante tutto il film e palese durante la scena della festa, prima che entri Strutt, vuole capirla e per questo motivo indaga sul suo passato con l’aiuto di un investigatore, cosa che  uno psicoanalista non avrebbe fatto.  E Marnie forse per la prima volta si sente protetta e amata e chiede aiuto. Anche Marnie sembra crescere e desiderare un rapporto più felice, si lascia analizzare, accetta di “giocare” alle libere associazioni, tecnica usata dagli psicoanalisti e, quando il gioco si rivela devastante per lei, per la prima volta chiede aiuto al marito. Un personaggio in più, uno psichiatra, in questo film, con queste premesse sarebbe non solo stato inutile, ma avrebbe intralciato l’evoluzione dei rapporti interpersonali che permettono poi alla storia di risolversi nella scena finale. Paradossalmente la scelta di fare di Mark un  marito- psichiatra si è rivelata giusta anche se insolita.

            Potrei ora fare i collegamenti tra questo film e altri film dello stesso regista che, per tematiche e personaggi, sono in qualche modo simili, come Vertigo, La donna che visse due volte, e Psyco. Potrei anche parlare dell’uso della psicoanalisi da parte del regista. Credo che sia stato scritto tantissimo al riguardo e dunque decido di terminare qui questa recensione perché non potrei aggiungere niente di veramente nuovo.

Concludo invitando chi mi legge a rivedere questa pellicola che ha conservato, a distanza di quasi mezzo secolo, ancora tutta la sua tensione narrativa e il suo fascino.

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BOWFINGER – recensione di Claudia Marinelli

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Regia: Frank Oz
Soggetto: Steve Martin
Sceneggiatura: Steve Martin
Montaggio: Richard Pearson
Fotografia: Ueli Steiger
Musica: David Newman
Genere: Commedia
Cast: Steve Martin, Eddie Murphy, Heather Graham, Christine Baranski, Robert Downey Jr.
Produzione: U.S.A. 1999
 

            Il divertimento è assicurato con questa esilarante commedia che sembra voler solo essere una satira tanto simpatica quanto spietata di Hollywood.

            Bobby Bowfinger è un produttore e regista cinematografico sull’orlo della bancarotta. Ma ecco che a sorpresa si ritrova tra le mani la sceneggiatura di Afrim, un ragioniere di origini arabe, di un film di fantascienza, a suo giudizio eccellente, dal titolo “Pioggia cicciosa”.  Bobby cerca dapprima un celebre produttore, Jerry Renfro (Robert Downey Jr.) per poter girare il film, e Renfro gli assicura la produzione a condizione che nel film ci sia il conosciutissimo attore di colore Kit Ramsey (Eddie Murphy).

 Kit Ramsey però non vuole neanche leggere la sceneggiatura e così Bobby Bowfinger decide di girare il film comunque all’insaputa dell’attore stesso.

            L’impresa sembrerebbe impossibile, ma non con il gruppo di attori che Bobby ha ingaggiato, disposti a credere a tutto ciò che Bobby s’inventa: Kit, conosciuto per le sue paranoie, è disposto a fare un solo ciak, non vuole vedere la cinepresa per paura di perdere la concentrazione, non vuole contatti con il resto del cast, e il film sarà prodotto con un nuovo stile completamente inventato chiamato “cinéma nouveau”.

            Bobby Bowfinger con l’assistente alla regia tutto-fare, Slater, unico a sapere la verità sulle riprese, filmano con delle telecamere nascoste un Kit dalle reazioni confuse e spaventate mentre gli attori recitano come da copione in luoghi pubblici.

 Tutto sembra procedere per il meglio, ma Kit, recitando senza saperlo la sua parte nel film di fantascienza, crede veramente di essere perseguitato dagli alieni e decide di nascondersi presso l’organizzazione “Mind Head” (una parodia di Scientology) di cui fa parte, per ritrovare la serenità mentale persa.

            Sparito Kit, Bowfinger si trova costretto a ingaggiare una controparte per il ruolo di Kit e assume Jiff, (sempre Murphy), buono e un po’ tonto, che poi si scoprirà essere il fratello dall’attore che tapperà bene i buchi. Bowfinger usa Jiff per trovare Kit e girare la scena finale in cui Kit deve gridare la battuta conclusiva agli alieni: “Beccati stronzacchioni”. Kit, impaurito dai finti alieni del film, quasi recita la battuta finale, mancano solo pochi istanti alla conclusione delle riprese quand’ecco che gli ufficiali della “Mind Head” appaiono e fermano tutto, perché hanno finalmente scoperto che gli alieni visti da Kit non erano frutto dell’immaginazione malata dell’attore.

A questo punto le riprese si interrompono e Bowfinger dovrebbe rinunciare al film, ma ecco che Slater trova una ripresa esterna al set in cui si vede Kit mettersi un sacchetto in testa e mostrare i suoi genitali alle cheerleaders dei L.A.Lakers. Bowfinger mostra il filmato al direttore della “Mind Head” e ottiene così l’autorizzazione a filmare con Kit l’ultima scena del film, che verrà poi regolarmente portato nelle sale con successo. Infine Bowfinger riceve un contratto da Taiwan per girare un film di arti marziali nel quale reciterà l’intero cast e Jiff.

            Il film riunisce per la prima volta sul set Eddie Murphy e Steve Martin che recitano entrambi con una “verve” poco comuni. Più o meno tutti i personaggi rappresentano degli stereotipi riusciti del “popolo” del cinema, e attraverso di loro la satira è divertente, sottile senza mai essere volgare.

Il successo ha completamente allontanato dalla realtà il paranoico Kit Ramsey. Parla come una “macchinetta” blaterando una serie di battute demenziali come se fossero verità assolute, mentre il gentile e docile Jiff, interpretato dallo stesso attore, se ne esce con delle risposte che non hanno né capo né coda senza battere ciglio e ci fa sbellicare dalle risate. L’omaggio al teatro dell’assurdo è quasi palese.    

            Il simpatico imbroglione e “venditore di fumo” Bowfinger, innamorato del cinema e dei suoi sogni, è disposto a fare  il possibile e l’impossibile pur di realizzare la sua pellicola e riuscirà nel suo intento a coinvolgere un intero cast promettendo fama e successo.

La falsa ingenua Daisy altro non è che una ragazza scaltra, con le idee molto chiare, disposta a tutto pur di diventare famosa e probabilmente lo diventerà.

Carol, attrice che non ha mai sfondato, crede ancora che potrà diventare una stella anche se ormai non essendo più giovanissima si avvia al declino.

I quattro messicani cineoperatori, reclutati appena oltre la frontiera e scampati ai poliziotti dell’ufficio immigrazione, sono figure vincenti perché imparano il mestiere in un baleno dimostrando capacità del tutto insospettate.

E il direttore della ricchissima organizzazione “Mind Head” non esita ad arrivare a patti con Bowfinger pur di non perdere un facoltoso socio come Kit Ramsey.

Non tutti sanno che Steve Martin, non è solo un bravo attore comico, ma anche uno scrittore  e sceneggiatore di successo ricevendo già nel 1969 all’età di 24 anni un Emmy Awards per la serie televisiva “The Smothers Brothers Comedy Hour” e che ha studiato Filosofia alla California State University prima ancora di studiare teatro.

E questa esilarante commedia, con i suoi brillanti dialoghi, interpretati con allegria, non manca di una sua sottile “filosofia”.

L’ambientazione è Los Angeles, ma non siamo a Hollywood, bensì in quartieri molto più poveri che gravitano intorno al mondo “dorato” del cinema, e i personaggi sono sì attori, produttori sceneggiatori, ma di quel tipo che non è mai riuscito veramente a “sfondare”, e che si arrabatta alla soglia della povertà senza smettere di sognare. Ed è proprio l’amore per il cinema e   la caparbia capacità di credere nei propri sogni che spinge Bowfinger a inventare storie, scuse, bugie e sotterfugi per realizzare la pellicola nella quale lui crede  e che dovrà portargli il successo. E gli attori che potremmo giudicare magari in modo affrettato e superficiale dei “creduloni” un po’ stupidotti, non saranno forse  anche loro innamorati del loro mestiere al punto da non voler più distinguere il possibile dall’impossibile? Credono alle assurde giustificazioni di Bowfinger perché vogliono credere nei loro sogni. Infatti, quando si scopre che Bowfinger ha ingannato tutti, e tutti sono costernati e arrabbiati, il personaggio Carol, la bravissima Cristine Baranski, afferma sognante: “Era una bella bugia.”

E facendoci ridere il film ci domanda: a cosa siamo disposti a credere, a cedere, e a rinunciare per i nostri sogni?

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