IL PRANZO DI FERRAGOSTO – recensione di CLAUDIA MARINELLI

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Regia: Gianni Di Gregorio
Soggetto: Gianni Di Gregorio
Sceneggiatura: Gianni Di Gregorio
Montaggio: M. Spoletini
Scenografia: Daniele Cascella
Fotografia: G. Bianco
Musica: Ratchev & Carratello
Genere: Commedia
Cast:  Gianni Di Gregorio, V. De Franciscis Bendoni, A. Santagata, M.Cicciotti, M. Calì, G.Cesarini Sforza, Luigi Marchetti
Produzione: Italia 2008
Durata: 75 minuti
 

            Siamo in un quartiere del centro di Roma alla vigilia di un torrido Ferragosto. Gianni, uomo di mezz’età, con il vizio de bere, non ha altro lavoro che quello di accudire l’anziana madre,  Donna Valeria, alquanto oppressiva e capricciosa. Madre e figlio abitano in quello che un tempo doveva essere stato un bell’appartamento ormai decaduto e sono pieni di debiti. La vita di Gianni trascorre regolare e senza più sogni  tra le faccende domestiche, le visite all’osteria sotto casa e le chiacchiere con Vichingo, che gironzola per il quartiere.

Ma ecco che alla vigilia di Ferragosto arriva a casa di Gianni,  Alfonso, l’amministratore del palazzo, per riscuotere le numerose rate insolute di condominio.  Gianni farfuglia rispose evasive. L’amministratore allora gli propone di cancellare tutti i suoi debiti a condizione che Gianni ospiti sua madre fino alla sera del giorno dopo, perché lui possa raggiungere la sua famiglia alle terme. Gianni si vede costretto ad accettare non solo la mamma di Alfonso, Marina, ma anche la zia Maria, un’arzilla vecchietta con problemi di memoria, che Alfonso, a tradimento, gli porta in casa insieme alla madre. Gianni accusa un malore e chiama il suo medico, Marcello, che lo visita e lo rassicura e gli chiede di potergli portare anche la sua di madre per la notte e il giorno dopo, visto che lui è di turno in ospedale e non la può lasciare da sola per troppo tempo. Così Grazia, la mamma del medico, si aggiunge alla compagnia.

Le quattro donne hanno tutte caratteri diversi ed impiegano qualche ora prima di prendere confidenza le une con le altre, e con la nuova situazione, mettendo Gianni in difficoltà. La zia Maria si piazza in cucina per confezionare la pasta al forno, Marina vuole avere la televisione tutta per lei, Grazia, che deve seguire una dieta rigorosa, si abbuffa prima di mortadella e poi  della pasta fatta dalla zia Maria appena Gianni abbassa un po’ l’attenzione, mentre Donna Valeria vorrebbe spettegolare in disparte delle nuove arrivate con il figlio e si rifiuta di mangiare con loro.  Gianni è frastornato, si adopera al meglio per soddisfare le esigenze delle quattro arzille vecchiette, ritrova Marina che arrabbiata per la mancanza della televisione è scappata di casa, ed infine riesce a metterle tutte a letto. Il giorno seguente le quattro signore si svegliano felici di essere in compagnia, e si aspettano il rituale pranzo della festa estiva. A Gianni non rimane che farsi trascinare dai preparativi della festa, con l’aiuto di Vichingo trova del pesce e confeziona  un pranzetto con i fiocchi. L’esuberanza, la voglia di vivere e di divertirsi, di condividere i piaceri della tavola e del buon vino, delle quattro signore travolgono Gianni che quasi non riesce a star dietro alla loro vitalità. Il pranzo di Ferragosto è un vero successo, Valeria ha apparecchiato con la tovaglia ricamata, piatti di un bel servizio, bicchieri di cristallo e fiori, zia Maria si è agghindata con un cappello di Valeria, e Marina e Grazia si sono vestite a festa, mentre Gianni  e Vichingo hanno cucinato il pesce al forno. Quando arriva la telefonata del medico alla fine del pranzo  che verrà presto a riprendersi la mamma, tutte sono deluse e tristi. Gianni fa la valigia di Grazia, ma quando arriva l’ora di partire ecco che le anziane signore metteranno in mano a Gianni un bel po’ di soldi e lui non potrà rifiutare di tenerle ancora  a casa sua.

Il film prende spunto dall’esperienza personale del regista sceneggiatore, Gianni Di Gregorio, al quale l’amministratore del suo condominio aveva veramente offerto di tenere la madre. Offerta da lui rifiutata nella realtà. Probabilmente l’originale rifiuto ha generato ripensamenti, e così il regista, chiedendosi “Che cosa sarebbe successo se avessi accettato?” ha costruito la trama di questa garbata e coraggiosa commedia sulla vecchiaia.

Gianni Di Gregorio, sceneggiatore e regista, che recita la parte di Gianni, e Alfonso Santagata, nella parte dell’amministratore, sono gli unici attori professionisti. E se il resto del cast è catalogato come “non professionista”, di certo nessun attore e nessuna attrice risultano non all’altezza del ruolo a loro assegnato.

Di Gregorio ha scelto le attrici per la loro spontaneità e la loro verità.  In effetti, la “quaterna” femminile non poteva essere più riuscita, sia per i fisici completamente diversi, Donna Valeria ha ancora un portamento aristocratico, in netto contrasto con l’incedere un po’ goffo e pesante della Zia Maria ad esempio, sia per i toni delle voci, come quello dolce e pacato di Grazia in contrasto con le tonalità più acute di Marina.

Bella l’ambientazione: la casa antica, in un palazzo d’epoca, con alcuni mobili d’antiquariato anche belli, e altri più dozzinali, in una Roma quasi deserta e caldissima, con finestre spesso chiuse a oscurare le stanze, ben si presta al dipanarsi della storia. Quelle stesse finestre, una volta aperte durante il pranzo di ferragosto, faranno entrare la luce prepotente dell’estate, dando all’ambientazione la gioia  e il calore che il cibo condiviso porta a tutti i commensali.

In soli 75 minuti, Gianni Di Gregorio riesce a raccontare una storia leggera eppure profonda, divertente ma anche amara aprendo uno squarcio sul mondo della terza età e obbligandoci a riflettere su che cosa significhi essere anziani.

Con dialoghi brillanti e ben costruiti, pause funzionali alla storia, personaggi realistici e soprattutto coerenti, il film ci intrattiene e ci diletta per lo sguardo amorevole e un po’ disilluso del regista verso un mondo che spesso viene volutamente dimenticato, e forse anche mal capito.

Le quattro donne sono quattro anziane diverse di carattere, eppure ancora così vitali!

Donna Valeria la nobildonna decaduta, che si trucca un viso solcato di rughe con mani deformate dall’artrite, per farsi bella con le sue ospiti, dapprima vuole rimanere sul suo piedestallo e neanche esce dalla sua camera per salutare le nuove arrivate, ma poi capisce che la compagnia vale ben di più dei suoi titoli nobiliari, e accetta le nuove amicizie con la grazia dei bambini. Invita le ospiti a prendere una camomilla in camera sua, adatta un suo cappello alla Zia Maria, che è ben felice della nuova acconciatura, rende la tavola accogliente apparecchiandola in modo perfetto e ornandola di fiori. Zia Maria, con il fisico un po’ tozzo quasi da contadina, si preoccupa di fare da mangiare, come probabilmente ha sempre fatto nella sua vita, e impartisce istruzioni culinarie a Gianni che non si sogna neanche di contraddirla. Grazia, dolce e gentile, accetta la situazione di “mamma abbandonata” con serenità, mangia la cena a base di verdure che le ha preparato Gianni, ma si vede che muore dalla voglia di gustare la pasta al forno della Zia Maria e, appena può, la ruba di notte dal frigo. Scoperta da Gianni, non si scompone, e con la sua serafica dolcezza, chiede, mentre l’uomo le toglie il piatto:  “Ancora un pezzettino?” Ed infine Marina, esuberante, ancora ben in carne, accentratrice di attenzione e despotica almeno quanto Donna Valeria, all’inizio rifiuta la sua situazione e lo dimostra con i suoi capricci, chiudendosi a chiave in salone e poi scappando di notte agghindata con una gonna lunga di organza. Ritrovata da Gianni sul lungotevere seduta a un tavolino che fuma e beve, si lascia convincere di ritornare a casa e quasi flirta con il padrone di casa.

Niente si è perso delle rispettive personalità con l’avanzare degli anni.  Queste donne sono anziane, ma hanno ancora aspirazioni, bisogni, idee precise sul come fare le cose, e soprattutto una gran voglia di vivere! La vecchiaia ha colpito i loro corpi, li ha intrappolati in un involucro decadente, ma sembra non aver poi tanto invecchiato le menti. Hanno tutte una gran voglia di divertirsi, di gioire dei piaceri semplici della vita quale il mangiare, il bere e il godere della reciproca compagnia. Perché nella casa al centro di Roma, è Gianni, il più giovane della compagnia, a sembrare il più stanco, il più disilluso, il più passivo di fronte alla vita. Le anziane signore non si sono arrese alla tirannia del tempo, chiacchierano, si raccontano i loro ricordi, i loro amori, si fanno compagnia ed emanano gioia.

E quando appaiono i titoli di coda viene naturale domandarsi: ma la vecchiaia che cosa è?

In un mondo dove essere sempre giovani e belli, scattanti e veloci, sembrano i valori più importanti,  è da apprezzare il coraggio del regista –sceneggiatore che ci racconta questa storia semplice dove i personaggi, vecchi e forse non più belli (anche se i visi rugosi alle volte conservano un fascino particolare, ma diverso) lenti e indolenti, godono del tempo senza inquietudine.

È vecchio colui che ha un certo numero di anni, che ha un viso pieno di rughe, mani deformate dall’artrite, o colui che non ha più voglia di gioire della vita?

Il film è anche una riflessione sulla condizione degli anziani nella società, spesso rimasti da soli perché vedovi e o vedove,  emarginati in qualche modo, considerati un peso per  le famiglie dei parenti che li ospitano o che  si curano di loro. L’amministratore paga una cifra astronomica, pur di avere due giorni liberi, e vediamo che non raggiunge la sua famiglia alle terme come dice a Gianni, ma si allontana in decappottabile con una bella ragazza giovane al fianco. Il medico Marcello, ligio al suo dovere di figlio medico, che gestisce le medicine della madre in modo eccellente, promette di riprenderla per mezzogiorno, ma che poi chiama a pranzo finito. Ed infine Gianni, succube di una madre un po’ despotica, accetta di tenere le anziane signore solo per soldi, non certo che affetto. E se la battuta finale di Gianni che dice, dopo aver preso i soldi al termine del pranzo di Ferragosto, annuendo e sciogliendosi in un sorriso: “Stasera però cuciniamo qualcosa di leggero, un brodino vegetale!” ci fa ridere, ci lascia anche con l’amaro in bocca.

In una società in cui il numero di anziani cresce ogni anno, perché non si può pensare al mondo della terza età come un universo ancora vitale e gioioso, popolato di persone capaci di apprezzare la vita, di amare e di rendersi utili?

“Il pranzo di Ferragosto” è stato acclamato al festival di Venezia dove ha vinto il Leone del futuro, ha vinto il David di Donatello per miglior regia di esordiente, e die Ciak d’oro per miglior opera prima e miglior sonoro in presa diretta. Non possiamo che concordare con le giurie di questi premi:  in effetti questa tenera commedia è un piccolo gioiello del cinema italiano.

 

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