JUMANJI – recensione di CLAUDIA MARINELLI

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Regia: Joe Johnston
Soggetto: Greg Taylor, Jim Strain, Chris Van Allsburg – tratto dal romanzo di Chris Van Allsburg
Sceneggiatura: Jonathan Hensleigh, Greg Taylor, Jim Strain
Montaggio: Robert Dalva
Scenografia: Cynthia T. Lewis
Fotografia: Thomas Ackerman
Musica: James Horner
Genere: Commedia – fantastico
Cast: Robin Williams, Bonnie Hunt, Kirsten Dunst, Bradley Pierce, Bebe Neuwirth, Jonathan Hyde, David Alan Grier
Produzione: U.S.A. 1995
Durata: 100 minuti
 

Chi non si è, almeno una volta nella vita, sentito così coinvolto da un gioco da dimenticare il mondo che lo circonda fino alla fine della partita? Ebbene è quello che capita ai giocatori di questo divertentissimo film: quando cominciano a giocare a Jumanji, non possono più smettere!

 1869 New Hampshire: due bambini sotterrano un  baule in mezzo a una foresta, sembrano molto spaventati.

1969: l’adolescente Alan Parrish (Adam Hann-Byrn), figlio dell’imprenditore Sam Parrish (Jonathan Hyde),  percorre le stradine della sua città in bicicletta,  quando viene attaccato da una banda di bulli e si rifugia nella fabbrica di scarpe del padre. Il padre però gli consiglia di non scappare di fronte ai problemi e così Alan esce allo coperto e  si batte contro cinque ragazzini, avendo la peggio. I bulli scappano, lui si rialza e viene attratto da uno strano rullo di tamburi proveniente dal cantiere aperto vicino alla fabbrica. Scavando un po’ nel terreno trova  il baule sotterrato cento anni prima all’interno del quale c’è quello che sembra un gioco da tavola chiamato Jumanji.

Alan torna a casa e quella stessa sera ha un’accesa discussione con suo padre che lo vorrebbe mandare  a studiare in collegio. I genitori escono e Alan si appresta a fuggire quando la sua amica Sarah Whittle (Laura Bell Bundy) suona alla porta. In quel momento il gioco li chiama con uno strano rullio di tamburi e i due ragazzi non possono fare a meno di cominciare a giocare. Ma Junanji non è un semplice gioco da tavola, ambientato nella jungla, è “Un gioco che vuol trasportar chi questo mondo vuole lasciar”. Al primo lancio di dadi di Sarah, appaiono degli strani pipistrelli, quando Alan lancia i dadi, viene magicamente risucchiato dal gioco e solo il lancio di un cinque o un otto dei dadi lo potrà fare uscire. Ma Sarah terrorizzata dalla scomparsa dell’amico, scappa via.

1995: sono passati 26 anni e la bellissima casa di Alan è ormai quasi in rovina, viene affittata da Nora (Bebe Neuwirth) e i suoi nipotini orfani Judy (Kirsten Dunst) e Peter  (Bradley Pierce). Nora vuole trasformare la casa in un albergo. Da quando i genitori dei bambini sono morti in un incidente stradale, Peter ha smesso di parlare e Judy s’inventa una incredibile quantità di fandonie sui suoi genitori. Ben presto i bambini scoprono che in città si vocifera che Sam Parrish abbia ammazzato il figlio Alan e poi abbia nascosto il corpo fatto a pezzi nella casa. Un notte i bambini sentono lo strano rullio di tamburi provenire dalla soffitta e la mattina seguente riescono a rimanere a casa quando la zia Nora esce. Trovano Jumanji e anche loro, non possono fare a meno di entrare a far parte del gioco cominciato da Alan e Sarah ventisei anni prima. Ecco che al primo lancio di dadi appaiono degli insetti minacciosi, poi delle scimmie dispettosissime, e quando Peter tirerà i dadi si materializzerà dal nulla un leone e un uomo adulto che sembra un uomo delle caverne uscito dalla  giungla. Si tratta di Alan adulto (Robin Williams) che è ritornato alla realtà. Dopo un primo momento di felicità e stupore per essere tornato a casa, Alan capisce che la sua scomparsa è stata una tragedia per i suoi genitori, ormai morti e che la fabbrica di scarpe è andata in rovina. Ma, se si finisce il gioco tutto sparirà e i bambini desiderano il ritorno alla normalità e convincono Alan a continuare a giocare. Ma il gioco non può andare avanti senza  Sarah (Bonnie Hunt) che i tre ritrovano ormai donna adulta. Sarah ha passato i ventisei anni tra un’analista e l’altro a convincersi che il gioco non è mai esistito ed è diventata una  sensitiva.  Sarah naturalmente non vuole giocare, ma Alan le tende un tranello ed ecco che i quattro si ritrovano a dover combattere contro piante carnivore, orde di rinoceronti e coccodrilli, monsoni e il cacciatore Van Pelt, che somiglia molto a Sam Parrish (e difatti è interpretato dallo stesso attore)  che vuole a tutti i costi ammazzare Alan.  Tutta la cittadina è scombussolata dalle apparizioni assurde di animali feroci e piogge torrenziali, ma i quattro giocatori continuano a lanciare i dadi per finire il gioco e far sparire tutto. Infine è Alan a lanciare per primo i dadi che faranno raggiungere la pedina al traguardo, proprio mentre Van Pelt  gli sta sparando. Ma Alan ha vinto la partita. Magicamente tutto il mondo di Jumanji viene risucchiato nel gioco e ritroviamo Alan e Sarah bambini, abbracciati in casa di Alan come se niente fosse successo. In quel momento Sam Parrish ritorna a casa perché aveva dimenticato qualcosa e il bambino gli va incontro felice di abbracciarlo. Sam è commosso e padre e figlio si scusano a vicenda.  Sarah e Alan buttano il gioco in un fiume. Ci ritroviamo poi alla festa di Natale di Alan e Sarah cresciuti, si sono sposati e aspettano un bambino. Ecco arrivare Peter e Judy con i loro genitori, perché il papà dei bambini lavorerà per la fabbrica di scarpe di Alan che lui adesso dirige, ma capiamo che i bambini non hanno mai vissuto le avventure di Jumanji, mentre Sarah e Alan li ricordano benissimo.            Infine vediamo la scatola del gioco per metà seppellita su di una spiaggia, il rullio di tamburi sta attirando due bambine che parlano francese.

 

Jumanji appare dunque come un film d’intrattenimento puro, il divertimento è garantito per grandi e piccini.

La sceneggiatura non ha buchi e lo spettatore  viene completamente risucchiato nel mondo fantastico del film  e partecipa alle avventure dei suoi personaggi con una facilità che solo il buon cinema può offrire.

            Ma non crediate che questo film sia poi così “leggero”! Ad un’analisi un po’ più approfondita, rivela tematiche importanti così bene “amalgamate”  alla storia delle avventure dei personaggi che quasi non ci accorgiamo della loro esistenza, in quanto anche noi spettatori rimaniamo incollati allo schermo fino alla soluzione di tutta la vicenda, ridendo e parteggiando per i “nostri” personaggi e immedesimandoci in loro.

            Ma non è questo ciò che accade ai giocatori incalliti?  Non rimangono intrappolati nel gioco tanto da dimenticare il mondo che li circonda? E da dove viene questa forza che impedisce loro di fermarsi? La dipendenza dal gioco si chiama ludopatia e le sue cause sono molteplici, ma studi di psicologia hanno appurato che le persone che hanno problemi famigliari e frustrazioni sociali, proprio come il nostro piccolo Alan, sono più vulnerabili di altre. Alan viene attaccato dai suoi compagni, si batte e perde, suo padre lo loda per il suo coraggio ma vuole mandarlo in collegio, vuole dargli la stessa educazione che lui ha avuto, Alan invece vuole rimanere a casa sua, non vuole uscire di casa e crescere, non riesce a parlare con suo padre, ma solo a litigarci. E progetta una fuga, ma il gioco l’attrae di più. Fuggire in fondo è molto difficile, giocare invece molto meno, anche perché Sarah è con lui. La stessa cosa accade a Judy e Peter, orfani e tristi,  hanno perso la loro famiglia e anche se la zia sembra  un’ottima persona, entrambi si comportano in modo starno: Judy s’inventa un mare di bugie sui suoi genitori, mentre Peter fa finta di essere diventato muto. Entrambi gli atteggiamenti sono infantili, i bambini non vogliono accettare la realtà, sono depressi probabilmente, sicuramente addolorati. Ed ecco che  anche loro sentono il rullio dei tamburi. La zia Nora non li sente, la mamma di Alan neanche.

            E come tutti i giocatori che non riescono a smettere di giocare, rischieranno di perdere tutto; gli affetti, la sicurezza di un tetto, la casa, il mondo che li circonda, perfino la vita.

            Che cosa li salva?

            Il sapere che se uno di loro vincerà la partita, tutto il mondo di Jumanji sparirà e la vita riprenderà da dove è stata interrotta. Uno solo deve vincere, e la lotta comune per la vincita di uno dei giocatori, è importante, e rompe le regole tradizionali del gioco: i giocatori si sono resi conto del pericolo e lottano insieme per vincere il gioco. Lottano per vincere la dipendenza dal gioco. Noi spettatori parteggiamo sempre per i quattro giocatori, che vediamo come “vittime” del gioco, e questo sottile messaggio permette il lieto fine. La colpa dei giocatori è stata solo quella di cominciare a giocare un gioco che non conoscevano e mai si sarebbero immaginati potesse essere pericoloso.

            Tre giocatori su quattro, non sappiamo infatti se Sarah abbia problemi famigliari, lei è un’amica di Alan e gli vuole bene, rifiutano di fatto di crescere, e le avventure del gioco permetterà loro di “cambiare” di decidere di diventare più maturi, di apprezzare gli affetti e  ciò che la vita può offrire di bello.  Infatti quando Alan finalmente vince il gioco e ritorna bambino, nel momento in cui suo padre rientra in casa lui lo abbraccia, e gli parla. E’ dunque cresciuto, ha imparato che di fronte i problemi non ci si può chiudere a riccio e il sapersi esprimere e trovare il dialogo con i genitori porta alla soluzione. Anche Sam Parrish è commosso dall’atteggiamento del figlio, anche lui cambia perché l’atteggiamento del bambino è cambiato.

            Il film è stato acclamato alla sua uscita per gli innumerevoli effetti speciali, che oggi saranno anche “superati” ma che  ci emozionano e stupiscono ancora, primo tra tutti l’orda di rinoceronti, elefanti e altre bestie feroci che vediamo  uscire dalla libreria della casa di Alan.

            Vi sono battute e situazioni veramente esilaranti, come il materializzarsi delle scimmie più dispettose che si possa immaginare, capaci di rubare la macchina al poliziotto,  guidare una motocicletta  e anche mimare le scimmie alate del Mago di Oz che vedono in televisione. E che dire del leone predatore che vuole assalire e mangiarsi i bambini, ma che intrappolato in una stanza da Alan cresciuto, si spaparacchia sul letto per fare un riposino?

            Le interpretazioni degli attori sono all’altezza dei loro ruoli, Robin Williams   è perfetto nell’interpretare il bambino cresciuto uscito dalla giungla, e poi l’uomo adulto che è diventato quando scopre che i suoi genitori sono morti di crepacuore per la sua scomparsa. Bonnie Hunt, perfetta nella parte di  Sarah adulta che interpretare la medium – sensitiva, con anni di psicoterapia alle spalle, è la giusta partner per l’Alan  esuberante e determinato. Anche lei da paurosa e indecisa piano piano, a causa di tutto ciò che avviene nel film, diventa di supporto a tutti e difende il ragazzino scomparso fino ad interporosi tra la pallottola di Van Pelt e Alan. Bravissima anche la piccola Kristen Dunst che all’epoca aveva solo 13 anni e che poi farà un’interessante carriera, e il piccolo Bradley Pierce.

Insomma un film da vedere e rivedere, per divertirsi, per riflettere, e soprattutto per passare due ore nel mondo magico che solo il cinema sa creare!

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Mi piace il cinema e ho aperto questo blog, vediamo che succede!
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