BOWFINGER – recensione di Claudia Marinelli

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Regia: Frank Oz
Soggetto: Steve Martin
Sceneggiatura: Steve Martin
Montaggio: Richard Pearson
Fotografia: Ueli Steiger
Musica: David Newman
Genere: Commedia
Cast: Steve Martin, Eddie Murphy, Heather Graham, Christine Baranski, Robert Downey Jr.
Produzione: U.S.A. 1999
 

            Il divertimento è assicurato con questa esilarante commedia che sembra voler solo essere una satira tanto simpatica quanto spietata di Hollywood.

            Bobby Bowfinger è un produttore e regista cinematografico sull’orlo della bancarotta. Ma ecco che a sorpresa si ritrova tra le mani la sceneggiatura di Afrim, un ragioniere di origini arabe, di un film di fantascienza, a suo giudizio eccellente, dal titolo “Pioggia cicciosa”.  Bobby cerca dapprima un celebre produttore, Jerry Renfro (Robert Downey Jr.) per poter girare il film, e Renfro gli assicura la produzione a condizione che nel film ci sia il conosciutissimo attore di colore Kit Ramsey (Eddie Murphy).

 Kit Ramsey però non vuole neanche leggere la sceneggiatura e così Bobby Bowfinger decide di girare il film comunque all’insaputa dell’attore stesso.

            L’impresa sembrerebbe impossibile, ma non con il gruppo di attori che Bobby ha ingaggiato, disposti a credere a tutto ciò che Bobby s’inventa: Kit, conosciuto per le sue paranoie, è disposto a fare un solo ciak, non vuole vedere la cinepresa per paura di perdere la concentrazione, non vuole contatti con il resto del cast, e il film sarà prodotto con un nuovo stile completamente inventato chiamato “cinéma nouveau”.

            Bobby Bowfinger con l’assistente alla regia tutto-fare, Slater, unico a sapere la verità sulle riprese, filmano con delle telecamere nascoste un Kit dalle reazioni confuse e spaventate mentre gli attori recitano come da copione in luoghi pubblici.

 Tutto sembra procedere per il meglio, ma Kit, recitando senza saperlo la sua parte nel film di fantascienza, crede veramente di essere perseguitato dagli alieni e decide di nascondersi presso l’organizzazione “Mind Head” (una parodia di Scientology) di cui fa parte, per ritrovare la serenità mentale persa.

            Sparito Kit, Bowfinger si trova costretto a ingaggiare una controparte per il ruolo di Kit e assume Jiff, (sempre Murphy), buono e un po’ tonto, che poi si scoprirà essere il fratello dall’attore che tapperà bene i buchi. Bowfinger usa Jiff per trovare Kit e girare la scena finale in cui Kit deve gridare la battuta conclusiva agli alieni: “Beccati stronzacchioni”. Kit, impaurito dai finti alieni del film, quasi recita la battuta finale, mancano solo pochi istanti alla conclusione delle riprese quand’ecco che gli ufficiali della “Mind Head” appaiono e fermano tutto, perché hanno finalmente scoperto che gli alieni visti da Kit non erano frutto dell’immaginazione malata dell’attore.

A questo punto le riprese si interrompono e Bowfinger dovrebbe rinunciare al film, ma ecco che Slater trova una ripresa esterna al set in cui si vede Kit mettersi un sacchetto in testa e mostrare i suoi genitali alle cheerleaders dei L.A.Lakers. Bowfinger mostra il filmato al direttore della “Mind Head” e ottiene così l’autorizzazione a filmare con Kit l’ultima scena del film, che verrà poi regolarmente portato nelle sale con successo. Infine Bowfinger riceve un contratto da Taiwan per girare un film di arti marziali nel quale reciterà l’intero cast e Jiff.

            Il film riunisce per la prima volta sul set Eddie Murphy e Steve Martin che recitano entrambi con una “verve” poco comuni. Più o meno tutti i personaggi rappresentano degli stereotipi riusciti del “popolo” del cinema, e attraverso di loro la satira è divertente, sottile senza mai essere volgare.

Il successo ha completamente allontanato dalla realtà il paranoico Kit Ramsey. Parla come una “macchinetta” blaterando una serie di battute demenziali come se fossero verità assolute, mentre il gentile e docile Jiff, interpretato dallo stesso attore, se ne esce con delle risposte che non hanno né capo né coda senza battere ciglio e ci fa sbellicare dalle risate. L’omaggio al teatro dell’assurdo è quasi palese.    

            Il simpatico imbroglione e “venditore di fumo” Bowfinger, innamorato del cinema e dei suoi sogni, è disposto a fare  il possibile e l’impossibile pur di realizzare la sua pellicola e riuscirà nel suo intento a coinvolgere un intero cast promettendo fama e successo.

La falsa ingenua Daisy altro non è che una ragazza scaltra, con le idee molto chiare, disposta a tutto pur di diventare famosa e probabilmente lo diventerà.

Carol, attrice che non ha mai sfondato, crede ancora che potrà diventare una stella anche se ormai non essendo più giovanissima si avvia al declino.

I quattro messicani cineoperatori, reclutati appena oltre la frontiera e scampati ai poliziotti dell’ufficio immigrazione, sono figure vincenti perché imparano il mestiere in un baleno dimostrando capacità del tutto insospettate.

E il direttore della ricchissima organizzazione “Mind Head” non esita ad arrivare a patti con Bowfinger pur di non perdere un facoltoso socio come Kit Ramsey.

Non tutti sanno che Steve Martin, non è solo un bravo attore comico, ma anche uno scrittore  e sceneggiatore di successo ricevendo già nel 1969 all’età di 24 anni un Emmy Awards per la serie televisiva “The Smothers Brothers Comedy Hour” e che ha studiato Filosofia alla California State University prima ancora di studiare teatro.

E questa esilarante commedia, con i suoi brillanti dialoghi, interpretati con allegria, non manca di una sua sottile “filosofia”.

L’ambientazione è Los Angeles, ma non siamo a Hollywood, bensì in quartieri molto più poveri che gravitano intorno al mondo “dorato” del cinema, e i personaggi sono sì attori, produttori sceneggiatori, ma di quel tipo che non è mai riuscito veramente a “sfondare”, e che si arrabatta alla soglia della povertà senza smettere di sognare. Ed è proprio l’amore per il cinema e   la caparbia capacità di credere nei propri sogni che spinge Bowfinger a inventare storie, scuse, bugie e sotterfugi per realizzare la pellicola nella quale lui crede  e che dovrà portargli il successo. E gli attori che potremmo giudicare magari in modo affrettato e superficiale dei “creduloni” un po’ stupidotti, non saranno forse  anche loro innamorati del loro mestiere al punto da non voler più distinguere il possibile dall’impossibile? Credono alle assurde giustificazioni di Bowfinger perché vogliono credere nei loro sogni. Infatti, quando si scopre che Bowfinger ha ingannato tutti, e tutti sono costernati e arrabbiati, il personaggio Carol, la bravissima Cristine Baranski, afferma sognante: “Era una bella bugia.”

E facendoci ridere il film ci domanda: a cosa siamo disposti a credere, a cedere, e a rinunciare per i nostri sogni?

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Mi piace il cinema e ho aperto questo blog, vediamo che succede!
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Una risposta a BOWFINGER – recensione di Claudia Marinelli

  1. trishadria ha detto:

    brava Claudia, bella recensione. Pat

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